Allattamento, la battaglia più bella: la nostra storia e i falsi miti che ho dovuto smontare
All'inizio l'idea di allattare non mi piaceva. Poi un'ostetrica mi ha detto: tu ce la fai. Il racconto di Rossella, dai primi giorni in ospedale alle mastiti, i dieci falsi miti più diffusi e quello che mi ha insegnato Tracy Hogg sui segnali dei neonati.
Questa storia la racconta Rossella. Senza filtri, senza nascondere le difficoltà, e senza dimenticare la magia.
Secondo giorno in ospedale. La stanza è silenziosa e Samuel è tra le mie braccia. Lo guardo e lui mi guarda, con quegli occhi neri spalancati e curiosi. Avvicino il seno alla sua bocca e lui, d'istinto, si attacca. In quel momento ho provato qualcosa che non so descrivere. C'era il nutrimento, certo, ma soprattutto c'era connessione. Eravamo noi.
Per me l'allattamento è stato una battaglia contro le paure, contro i falsi miti e contro i messaggi sbagliati. Ed è anche la cosa più bella che abbia mai fatto.
Prima: la paura
Prima del parto avevo sentito tantissime storie, e quasi tutte mi avevano spaventata. Chi non aveva latte, chi aveva troppo dolore, chi non era riuscita ad attaccare il bambino, chi aveva mollato dopo pochi giorni. Ascoltavo e pensavo: e se succede anche a me?
E c'era un'altra cosa. L'idea di allattare, in sé, non mi piaceva molto. Non so perché, non mi sembrava naturale. Sicuramente ragionavo da egoista: dovrò essere sempre io, sempre disponibile, sempre legata a lui. Questa cosa mi spaventava.
In gravidanza non ero sicura di voler allattare. Ma da logopedista, e da persona che cerca sempre di informarsi, ho deciso di fare un corso sull'allattamento. Per sapere cosa avrei affrontato e sentirmi più sicura. La conoscenza toglie la paura.
I primi giorni in ospedale
Jacopo: Ti ricordi il primo momento in cui Samuel si è attaccato?
Benissimo. Ma non è stato subito. Il primo giorno Samuel era così stanco che non riusciva proprio ad attaccarsi. Aveva fatto un viaggio incredibile per venire al mondo. Io lo guardavo e pensavo: e adesso cosa faccio?
Il secondo giorno è successo. Saranno stati gli ormoni, il contatto, l'istinto, ma quando l'ho avvicinato al seno e si è attaccato ho capito che era giusto, che eravamo fatti per questo. Da lì non ci siamo più fermati.
L'allattamento si è avviato davvero grazie a un'ostetrica specializzata. È entrata in camera, si è seduta vicino a me e mi ha guardata negli occhi: "Rossella, tu ce la fai. Il tuo corpo sa cosa fare. Devi solo fidarti." Mi ha guidata con calma e pazienza: come posizionare Samuel, come farlo attaccare bene, come capire se stava mangiando. Per la prima volta da quando ero entrata in quell'ospedale mi sono sentita capace.
Non so come si chiamasse, ma le sarò grata per sempre. Mi ha dato una cosa che nessun biberon e nessuna aggiunta avrebbero potuto darmi: fiducia in me stessa, nel mio corpo, nella mia capacità di essere madre.
I messaggi contrastanti
Non tutta l'esperienza in ospedale è stata così. Ho avuto compagne di stanza dolcissime, con cui ho condiviso notti insonni, paure, risate e momenti di sconforto. Dalle infermiere del nido e dai pediatri, invece, arrivavano messaggi contrastanti.
C'era chi entrava e diceva: "Continui così, signora, il suo latte è perfetto, il bambino sta benissimo." E un'ora dopo entrava qualcun altro con un biberon in mano: "Signora, il bambino ha l'ittero, deve mangiare di più. Gli dia questa aggiunta di latte artificiale."
Io guardavo quel biberon e dentro di me qualcosa diceva: no, non è giusto.
Una premessa: non sono contro la medicina, per niente. I medici fanno un lavoro difficile, sotto pressione, e quando serve la medicina salva vite. Ma io sono una persona che cerca di capire e di conoscere le esigenze del proprio corpo e del proprio bambino.
Al corso ci avevano spiegato che nei primi giorni lo stomaco di un neonato è grande più o meno come una ciliegia, o un fagiolo. Non ha bisogno di mangiare tantissimo, non subito. Il colostro, quel primo latte denso e giallastro, è concentrato, pieno di anticorpi e di proteine, e basta. Il mio corpo lo stava producendo e Samuel lo stava prendendo: si attaccava, succhiava, deglutiva. E l'ittero, nel suo caso, era quello fisiologico che hanno moltissimi neonati nei primi giorni.
Il mio istinto, insieme a quello che avevo studiato, mi diceva che non ce n'era bisogno. Così ho scelto di non dargli l'aggiunta e di continuare ad attaccarlo al seno spesso. Sapevo che, meno il bambino succhia, meno il corpo produce, e che il biberon rischiava di diventare un'abitudine. Dovevo solo aspettare un giorno o due la montata lattea.
È arrivata il terzo giorno. Il seno si è gonfiato, caldo e pieno, e Samuel mangiava benissimo, con forza. Il mio corpo sapeva cosa fare, io avevo studiato cosa aspettarmi, e insieme abbiamo trovato la nostra strada.
Capisco perfettamente che un'altra mamma, più stanca o meno informata, avrebbe ascoltato e dato il biberon. Quando sei vulnerabile, dolorante e spaventata ascolti chi sembra avere autorità. E magari col tempo il suo latte sarebbe diminuito, perché meno attacchi significano meno stimolo e meno produzione. Questo mi fa arrabbiare. Le mamme hanno bisogno di essere sostenute e di ricevere informazioni coerenti, non messaggi contrastanti che creano ansia.
Il mio consiglio è di non fare come se niente fosse e di non decidere da sole in silenzio: fate domande, chiedete perché, chiedete se il valore dell'ittero va controllato, e fatevi affiancare da un'ostetrica o da una consulente per l'allattamento.
A casa: le mastiti, le ragadi
Jacopo: E a casa? È stato tutto facile?
No, per niente. All'inizio non ho avuto dolore, e questo mi ha aiutata tanto. Ma da quando allatto ho avuto cinque episodi di quasi mastite. Il seno si gonfiava, diventava duro come una pietra, caldo e dolente. E ogni tanto qualche ragade, piccole crepe sul capezzolo che bruciavano a ogni poppata.
Lì è stata dura, perché il dolore era vero. Ma ho stretto i denti, sentivo che sarebbe passata presto. Ho usato massaggi delicati per sciogliere gli ingorghi, la borsa dell'acqua calda prima delle poppate per ammorbidire il seno, la crema alla lanolina, e ho continuato ad allattare per drenare. Con tanta pazienza.
Non ho mai pensato di passare al biberon, perché amo allattare. È un momento tutto nostro, in cui sento il respiro di Samuel vicino al mio, il suo profumo, il suo cuore contro il mio petto. Vale ogni dolore e ogni notte insonne.
Il nostro momento magico, anche in viaggio
Col tempo l'allattamento è diventato il nostro momento magico. Quando Samuel si attacca il mondo si ferma: niente impegni, niente stress, niente fretta. Solo io e lui.
E ci ha salvati in viaggio. Non so come avrei affrontato tutte quelle ore di aereo per la Thailandia, il Vietnam e la Cina. Su qualsiasi mezzo, si attacca al seno, si calma e si addormenta. È stancante per la mamma, e infatti prendo ancora degli integratori che mi sostengono, ma ne vale la pena. Per noi viaggiatori è un toccasana.
Il papà e l'allattamento
Jacopo: E io come mi sono comportato? Ti sei sentita sola?
Mai. Mentre io allattavo, soprattutto all'inizio, lui cucinava e sistemava casa. Un giorno mi ha fatto trovare una poltrona comoda, apposta per allattare. È stato uno dei gesti più belli, perché senza parole mi diceva: io ci sono e ti aiuto a modo mio.
Che i papà siano tagliati fuori dall'allattamento è un falso mito. Ci sono mille modi per esserci, sostenere e partecipare, e Jacopo li ha trovati tutti.
Racconta Jacopo. All'inizio mi sentivo un po' escluso: voi due così uniti e io lì a guardare. Poi ho capito che il mio ruolo non era nutrire Samuel. Era nutrire lei: prendermi cura di lei, alleggerire il suo carico, creare lo spazio perché potesse allattare serena. Questo mi ha fatto sentire utile e parte della squadra. Ai papà che si sentono tagliati fuori dico: siete fondamentali, il vostro ruolo è solo diverso.
Dieci falsi miti che ho dovuto smontare
Questi sono i miti che mi sono sentita ripetere più spesso. Creano paura e minano la fiducia delle donne nel loro corpo.
1. "Non hai abbastanza latte." È il più diffuso e il più dannoso. Solo una piccola percentuale di donne ha una condizione medica che impedisce davvero una produzione sufficiente. Il seno funziona a domanda e offerta: quando il bambino succhia stimola il capezzolo, il cervello rilascia prolattina (che produce il latte) e ossitocina (che lo fa uscire). Se però ti ripetono che non hai latte ti stressi, lo stress frena l'ossitocina, il latte esce meno bene, integri con il biberon, il seno viene stimolato meno e la produzione cala davvero. È una profezia che si autoavvera. Nelle prime settimane i bambini mangiano tantissimo perché stanno costruendo la tua produzione. Attaccalo spesso, anche a grappolo.
2. "Il tuo latte non è abbastanza nutriente." Il latte materno cambia continuamente: durante la giornata, durante la poppata, con la crescita. All'inizio della poppata è più acquoso e disseta, alla fine è più grasso e sazia. Quando il bambino è malato contiene più anticorpi. Può sembrare più liquido del latte artificiale, e questo non dice niente sul suo valore. Se qualcuno ti dice che il tuo latte "è acqua", sorridi e vai avanti.
3. "Devi attaccarlo ogni tre ore precise." È un'eredità dell'allattamento artificiale. Il latte materno si digerisce più in fretta, più o meno in un'ora e mezza, due ore, quindi è normale che un bambino allattato al seno voglia mangiare più spesso. E ci sono le poppate a grappolo, soprattutto la sera: si attacca, si stacca, si riattacca per ore. Non è fame perché il tuo latte non basta: fa scorta per la notte, aumenta la produzione, cerca conforto. Alcuni bambini si distanziano da soli ogni tre ore, e va benissimo, ma non è una regola da imporre. Osserva tuo figlio invece dell'orologio.
4. "Se piange, ha fame." I bambini piangono per mille motivi: sonno, bisogno di contatto, pannolino, caldo, freddo, troppi stimoli, coliche. A volte hanno fame. I segnali di fame arrivano prima del pianto: girano la testa verso il seno, succhiano le manine, aprono la bocca, fanno versetti. Il pianto arriva quando quei segnali sono stati ignorati. Se leggi ogni pianto come fame rischi di convincerti che il latte non basta perché "piange sempre".
5. "Devi bere tanto latte per fare latte." La produzione dipende dalla stimolazione ormonale, non da quanto latte bevi. Bevi quando hai sete, e tieni una bottiglia d'acqua vicino quando allatti, perché allattare fa venire sete. Le mucche fanno latte mangiando erba e bevendo acqua, dopotutto.
6. "Non puoi mangiare carciofi, cavoli, aglio, cipolla, cioccolato..." La lista dei cibi vietati sembra infinita, e quasi sempre è senza fondamento. Il sapore di quello che mangi passa nel latte, e questo è un bene: il bambino si abitua ai sapori della vostra cucina, e quando arriverà lo svezzamento li riconoscerà. In rari casi un alimento può dargli fastidio. Se te ne accorgi, prova a toglierlo qualche giorno e vedi se migliora, senza privarti di tutto per precauzione. Io ho mangiato di tutto: peperoncino, aglio, cipolla, carciofi, broccoli, legumi. Samuel stava benissimo, e oggi mangia di tutto. L'unica cosa che ho evitato è l'alcol, perché passa davvero nel latte.
7. "Allattare fa male, devi sopportare." Un allattamento ben avviato, con un attacco corretto, non fa male. Nei primi giorni può esserci un leggero fastidio. Il dolore vero, quello che ti fa stringere i denti, è un segnale che qualcosa non va. Le cause più comuni sono un attacco scorretto, un frenulo linguale corto (qui serve un logopedista esperto di neonati), la candida, le ragadi, l'ingorgo o la mastite. Se hai dolore chiedi aiuto subito, a un'ostetrica, a una consulente per l'allattamento, al medico. Quasi sempre c'è una soluzione. Il dolore va capito e risolto.
8. "Dopo i sei mesi il latte non serve più." L'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l'allattamento esclusivo fino ai sei mesi e poi, insieme agli altri cibi, fino ai due anni e oltre, finché mamma e bambino lo desiderano. Il latte continua a dare nutrienti e anticorpi, e il seno resta conforto e sicurezza. Quando ho scritto queste pagine Samuel aveva quindici mesi e lo allattavo ancora. Continuerò finché lo vorremo tutti e due. Se qualcuno ti dice "ancora lo allatti? è grande!", sorridi e vai avanti.
9. "Devi pesarlo prima e dopo ogni poppata." La doppia pesata serve soprattutto a creare ansia. Le poppate non sono tutte uguali e i bambini si regolano nell'arco della giornata e della settimana. Contano altre cose: fa abbastanza pipì (dopo la prima settimana, almeno 5 o 6 pannolini bagnati al giorno)? Fa la cacca regolarmente? È vivace e reattivo? Cresce nel tempo? Io Samuel lo facevo pesare dal pediatra, una volta a settimana nelle prime settimane e poi una volta al mese. Mai a casa.
10. "Allattare è naturale, quindi è facile. Se non ci riesci è colpa tua." È il mito più crudele. Naturale non vuol dire facile. Anche camminare e parlare sono naturali, e ci vogliono mesi o anni per impararli. La mamma impara a posizionare il bambino e a leggerne i segnali, il bambino impara ad attaccarsi e a coordinare suzione, deglutizione e respiro. Una volta le donne imparavano guardando nonne, zie, sorelle e vicine; oggi molte arrivano al parto senza aver mai visto un'altra donna allattare. Se fai fatica non è colpa tua, e non sei una cattiva madre. Hai bisogno di aiuto, di tempo e di qualcuno che ti guidi. Chiedere aiuto è intelligenza.
Quello che mi ha insegnato Tracy Hogg
Jacopo: Con le mastiti, le ragadi, la stanchezza, come hai fatto a capire i segnali di Samuel? Quando aveva fame, quando sonno, quando altro?
Mi ha aiutata tantissimo un libro, Il linguaggio segreto dei neonati di Tracy Hogg. Parla di come capire il bambino, più che di allattamento. E capirlo cambia tutto. Queste sono le idee che mi sono rimaste, con parole mie.
La fame è solo una delle risposte. Nel caos dei primi mesi sembra che la soluzione sia sempre "piange, attaccalo". Così il seno diventa un telecomando per spegnere qualsiasi malessere. Ma c'è il pianto della stanchezza, della noia, dei troppi stimoli, del bisogno di contatto. Se è sera, la giornata è stata lunga, le luci sono accese e il bimbo si inarca piangendo al seno, forse è solo esausto e ha bisogno che tu abbassi il volume del mondo. Ho smesso di pensare "piange, non ho latte" e ho iniziato a chiedermi "di cosa ha bisogno adesso?".
Una sequenza, non un orario. Tracy Hogg propone una sequenza semplice: il bambino mangia, poi ha un momento di veglia (anche solo guardare una luce o ascoltare la tua voce), poi dorme, e intanto tu hai un momento per te. Non è una tabella militare, è una mappa mentale. Con Samuel ho capito che dopo le poppate del mattino aveva bisogno di attività, anche solo guardare fuori dalla finestra, mentre dopo quelle della sera aveva bisogno di silenzio e sonno subito.
Un neonato non manipola. Non conosce strategie e non sa cosa voglia dire viziare. Conosce due stati: sto bene, sto male. Quando piange o vuole stare attaccato chiama la sua base sicura. Quando Samuel voleva stare al seno per ore la sera ho smesso di pensare "lo sto viziando" e ho cominciato a pensare "ha bisogno di me, e va bene così".
Lui sente come stai. Se ti siedi ad allattare piena di ansia, di paura o di stanchezza mai detta, il bambino lo percepisce dal tuo corpo: i muscoli tesi, il respiro, il modo in cui lo tieni. Non devi essere sempre zen. Basta essere oneste con se stesse e costruire piccoli rituali. Io, nei momenti difficili, prima di attaccarlo mi fermavo, facevo tre respiri profondi e mi sistemavo comoda sulla poltrona. Lui si attaccava meglio e si calmava prima, perché io ero più calma.
I segnali prima del pianto. Un neonato non passa da zero a cento in un secondo. Prima del pianto disperato manda segnali piccoli: smorfie, la linguetta che esce, lamenti, le mani vicino alla bocca. Se arrivi prima, si attacca meglio e si calma prima. Con Samuel avevo imparato che quando girava la testa da una parte all'altra aprendo la bocca, entro due minuti avrebbe pianto. Lo attaccavo subito, ed era tutto più facile.
Al seno prende anche calma. Sente il tuo odore, il tuo cuore, il calore del tuo corpo, e il suo sistema nervoso immaturo si riorganizza. Per questo a volte chiede il seno dopo mezz'ora, fa due ciucciate e si addormenta, o lo cerca di continuo nei posti nuovi e rumorosi. A Pechino, in mezzo al caos della città, Samuel voleva il seno continuamente. Non aveva fame: si stava mettendo al sicuro su di me. Capirlo mi ha tolto l'ansia.
Ogni bambino ha il suo temperamento. Il bambino sensibile ha bisogno di calma, luce soffusa e poco rumore, e si stacca facilmente. Quello pieno di energia sembra mangiare sempre. Quello tranquillo fa poppate regolari. Samuel è un bambino sensibile, e quando l'ho capito (luce bassa, silenzio, niente distrazioni) tutto è diventato più semplice. Dovevo solo capire cosa gli serviva.
Una routine che rassicura. La routine, per come la intende lei, è prevedibilità: un ritmo riconoscibile di pasto, veglia, sonno. Questo rassicura il bambino e il genitore, e convive benissimo con l'allattamento a richiesta. Sei semplicemente più consapevole: se è passata un'ora e mezza dalla poppata e sbadiglia strofinandosi gli occhi, probabilmente è sonno.
Queste idee più che regole mi hanno dato comprensione. Ho smesso di reagire e ho iniziato a rispondere. Ho smesso di sentirmi inadeguata e ho iniziato a fidarmi. E Samuel l'ha sentito.
Alle mamme che stanno lottando
A chi ha dolore, a chi è stanca, a chi pensa di non farcela: chiedete aiuto prima di mollare. A un'ostetrica, a una logopedista, a una consulente per l'allattamento. Quasi sempre basta un piccolo aggiustamento, un piccolo aiuto. Avete molta più forza di quanto crediate in questo momento.
E se avete davvero provato tutto e non funziona, non sentitevi in colpa. Non siete madri peggiori. Avete fatto del vostro meglio, e alla fine quello che conta è l'amore che date a vostro figlio. Quello non mancherà mai.
Informatevi, andate ai corsi, leggete fonti affidabili. Non per andare contro i medici, ma per fare le domande giuste e scegliere con consapevolezza. E vorrei che ogni futura mamma potesse avere accanto, all'inizio, un'ostetrica come la mia. Una persona che ti dice "tu ce la fai", e tu ci credi.
Com'è stato, o com'è, il tuo allattamento? Raccontacelo nel gruppo dei Sognatori.
Questo è il racconto della mia esperienza e non sostituisce il parere del pediatra, dell'ostetrica o di una consulente per l'allattamento che conoscono te e il tuo bambino.