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Essere papà oggi: cosa nessuno ti dice nei primi 12 mesi

Non volevo figli. Poi, sulle palme della Valle del Cocora in Colombia, ho visto un papà con un bambino sulle spalle. Il primo anno con Samuel raccontato da Jacopo: ricalcolare invece di arrabbiarsi, essere una guida, il movimento libero e una signora che mi ha dato dell'incosciente.

Capitolo 5 di 9Jacopo e Rossella18 minuti di lettura

Questa volta parla Jacopo. Rossella ogni tanto lo interrompe con una domanda, come succede a casa nostra.

Colombia, Valle del Cocora, 2.800 metri. Siamo dentro una foresta di nebbia, l'umidità ti avvolge e le nuvole sono basse. Abbiamo camminato per ore tra fiumi, ponti sospesi e cascate, con il fango fino alle ginocchia. Le gambe bruciano e il fiato è corto, ma il paesaggio è irreale. Arriviamo all'ultimo rifugio, ci sediamo con un caffè colombiano, stanchi e felici. Io e Rossella ci guardiamo e ci diciamo: "Certo che con un bimbo, qui, sarebbe proprio difficile."

In quel preciso momento davanti a noi compare una coppia con due bambini. Uno di circa due anni sulle spalle del papà, l'altro più grande che cammina. Sulle loro facce c'erano solo sorrisi. Tanta stanchezza, ma di quella piacevole.

Mi giro verso Rossella e le dico: "Loro sono degli eroi. E io voglio diventare come loro."

Quel giorno, davanti a quella famiglia, è nato un papà. Ho capito che i limiti non li mettono i bambini: li mettiamo noi genitori. Ma per capire come ci sono arrivato devo tornare a quando i figli non li volevo.

Quando pensavo che i figli non fossero cosa mia

Non mi sono mai sentito destinato a fare il papà. Anzi, appartenevo a quella generazione che probabilmente di figli non ne vuole. La vita è impegnativa e c'è tanto da fare: palestra, lavoro, uscire, imparare, essere sempre sul pezzo. E soprattutto, fare figli ti migliora? Credevo proprio di no.

In quegli anni sono arrivati quattro nipoti, due maschietti e due femminucce, tutti bellissimi. Ma dentro di me non è mai scattata la scintilla del "guarda che belli, devo fare un figlio anch'io". Al contrario, mi sono allontanato ancora di più dall'idea. Il motivo non lo so. Cerco di dare una spiegazione a tutto, ma non tutto si può spiegare, e alla fine mi ero semplicemente detto: avere bambini non fa per me.

Poi c'erano la TV e le chiacchiere da bar. "Fare figli è una responsabilità." "Costa un botto di soldi." "I figli non ti apprezzano." "I figli sono pensieri." Frasi che a volte mi rimbombano ancora in testa, tante sono le volte che le ho sentite.

Con Rossella qualcosa ha cominciato a cambiare. Conoscendoci giorno dopo giorno ci sentivamo sempre più squadra, e un'idea ha iniziato a fare capolino, ancora molto lontana. Il cambiamento vero è arrivato in viaggio. Incontravamo famiglie con figli che facevano gli stessi viaggi che noi ritenevamo impossibili con un bambino. Eppure erano lì. Io oggi li chiamo super papà e super mamme, perché chi viaggia con un bimbo piccolo senza farsi problemi per me è semplicemente super, altro che incosciente. Ne vedevamo sempre di più. Ma la scintilla vera è scattata in Colombia.

La Valle del Cocora

Salento è un piccolo paese della Colombia, a circa 2.200 metri, famoso per le palme di cera, le più alte del mondo. Il percorso classico nella Valle del Cocora è un anello di circa 12 chilometri, tra le quattro ore e mezza e le sei ore di cammino. Noi l'abbiamo fatto tutto.

Abbiamo infilato le botas, gli stivali di gomma che ti danno per non infangarti, e siamo partiti. All'inizio c'è una distesa pianeggiante con mucche e buoi che pascolano intorno a te e un piccolo fiume che attraversa tutta la valle. Poi la foresta di nebbia ti avvolge: umidità, nuvole basse, un silenzio che ti entra dentro e ti riconnette. Delle palme ancora nessuna traccia. Entri nella foresta e la vegetazione ti mangia letteralmente, come in un piccolo mondo fantasy dove la natura ha preso il sopravvento. Ponti, cascate, fiumi, tronchi giganti caduti, e devi attraversare tutto con passo deciso. Il sentiero comincia a salire.

A metà percorso troviamo un cartello per il rifugio dei colibrì. Seguirlo vuol dire allungare di un'ora, ma ormai siamo lì, non abbiamo impegni, e andiamo. Sembra non arrivare mai: a un certo punto camminiamo dentro un torrente che scorre veloce. Dopo un'ora esatta, eccola, una casetta accogliente. Ci sediamo a mangiare il queso, il formaggio tipico, per recuperare le forze, mentre i colibrì volano davanti a noi senza alcun timore.

A un certo punto spunta una vocina da dietro. È un bambino di sei anni che parla un inglese perfetto e fa amicizia con tutti. I suoi genitori l'inglese non lo parlano, eppure lui spiega agli ospiti come funziona, quanto costa il cibo, cosa possono ordinare. E spiega alla mamma cosa fare con i turisti. Io e Rossella ci guardiamo stupiti: come fa un bambino che vive in un posto così sperduto a parlare un inglese così e a essere così cordiale con tutti?

Mi sono detto: ecco cosa può dare un figlio a una famiglia, se lo rendi partecipe della tua vita. Mi ha ricordato me da piccolo, quando lavoravo con i miei genitori: adoravo sentirmi parte dei loro progetti. Credo che la partecipazione vera di un bambino alla vita di famiglia sia uno dei pilastri della sua crescita, e oggi la vedo sempre meno. Secondo me dipende da noi genitori, quando diciamo "tu sei piccolo, fai altro, io devo fare questo".

Dopo una lunga pausa abbiamo ripreso il cammino. Dopo altre due ore dentro la vegetazione abbiamo iniziato a vedere la luce. La foresta si è aperta e in lontananza sono comparse, come giganti, le palme di cera. Possono superare i cinquanta metri. È stata una delle sensazioni più belle che abbia mai provato: ci sentivamo minuscoli. Sento ancora sotto le mani il loro tronco liscio, piacevole al tatto. Siamo rimasti lì a lungo, immobili e incantati, e abbiamo ripreso la salita senza sentire la fatica, tanta era l'emozione.

Arrivati in cima al percorso abbiamo trovato l'ultimo rifugio. Mancavano ancora due ore, ma sapevamo che il grosso era fatto. Un signore gentilissimo ci ha visti stanchi e ci ha offerto un caffè. Ed è lì che è arrivata quella famiglia.

"Ma come è possibile? Come ha fatto quel papà ad arrivare fin qui?" Da quel giorno la mia visione è rimasta quella. Era nato un papà pronto a non privarsi di nulla e, soprattutto, a fare un percorso di inclusione e collaborazione con suo figlio.

"Ti sei sentito subito papà?"

Rossella: Quando abbiamo saputo che aspettavamo Samuel, cosa hai provato davvero? Ti sei sentito subito papà?

È una domanda che mi fanno spesso. La verità è che su queste cose non ho una sensibilità altissima, e papà mi sono sentito davvero quando Samuel è nato. Lì ho capito che stava succedendo qualcosa di grande, e mi sono sentito pronto a fare il percorso che avevo visto nella Valle del Cocora. Rossella per nove mesi aveva portato dentro di sé quel bambino piccolo e forzuto. Adesso toccava a me portarlo a scoprire il mondo, come funziona, le cose belle e quelle brutte.

Però la fase da papà comincia prima, quando il bambino è ancora nella pancia. Più che da papà, da uomo che deve tenere l'equilibrio.

In gravidanza: ricalcolare invece di arrabbiarsi

La gravidanza è una fase delicata. Per la donna è un periodo ormonale intensissimo e le tensioni possono essere tante.

Mi hanno aiutato molto i libri di Gianluca Gotto. Li ho letti quasi tutti, e da tutti mi è rimasta una frase che mi rimbomba sempre in testa: sii la versione migliore di te stesso. Vale per la genitorialità, per la coppia, per il lavoro. Non serve essere perfetti. Serve essere ogni giorno la versione migliore di sé.

In quella fase il mio ruolo era soprattutto alleggerire Rossella in casa, darle più spazio possibile e farle vivere una gravidanza piacevole. È un lavoro che si fa in due, e anche lei deve essere predisposta.

Ci sono stati momenti di tensione altissima. Come quella volta in cui abbiamo perso l'aereo a Bergamo per un ritardo che si poteva evitare. Ci siamo arrabbiati tantissimo. Ma con il senno di poi, a cosa è servito discutere per una cosa che non ha cambiato niente? A distanza di anni quel problema non lo sento nemmeno più.

A volte ripenso alla salita nella Valle del Cocora e mi chiedo cosa ricordo davvero di quel giorno. Il dolore alle gambe? Il fiatone? No. Vedo le palme, gli animali in quella prateria immensa, i colibrì che bevevano senza paura di noi. La fatica è svanita già quel giorno.

Ci arrabbiamo spesso perché succedono cose fuori dai nostri piani, e poi ci teniamo quella rabbia e quella delusione. Per cosa? Pensate a Google Maps. Quando sbagli strada non ti dice "basta, hai finito". Ricalcola il percorso. E magari ti ritrovi in un posto che non avresti mai immaginato. Avrai perso il treno, il traghetto o l'aereo, ma nel frattempo è successo qualcos'altro.

Quel giorno, perso l'aereo a Bergamo, siamo saliti su un treno. Abbiamo parlato tanto e riso di quello che era successo. Di quella giornata ricordo questo: i sorrisi, la leggerezza. La rabbia non me la ricordo. Ricordo che abbiamo scelto di ricalcolare.

Uscire dai nostri piani ci disorienta, ma non deve spaventarci. Ci ricorda che la vita è piena di sfumature. Le routine rischiano di spegnerci, e gli imprevisti a volte ci salvano: ci costringono a fermarci, a conoscere posti, persone e strade nuove.

Ecco il ruolo del papà prima del parto, per come l'ho vissuto io: mantenere la calma e cominciare a guidare tutta la famiglia in questo nuovo percorso con serenità. Una donna serena e felice fa una famiglia serena e felice.

I primi tre mesi: essere una guida

Rossella: E quando Samuel è nato? Come ti sentivi i primi giorni?

Con la nascita comincia una fase che dura più o meno fino ai tre mesi, quella in cui inizi a conoscere davvero questa piccola persona.

Piccola premessa. Ero uno di quei papà (o almeno immaginavo di esserlo) che diceva cose tipo: "Appena nasce, dorme nella sua cameretta. Svezzamento subito. E poi subito al nido, a prepararsi per la scuola." Se ci ripenso mi vengono i brividi. La mia visione è cambiata completamente grazie a due cose: leggere tanto sul mondo dei bambini, e l'istinto.

Quando siamo tornati a casa dall'ospedale, un pomeriggio mi sono seduto accanto al letto a guardarlo. Pensavo: fino a poche ore fa era nella pancia di Rossella, al sicuro, senza germi, senza inquinamento, senza difficoltà. E adesso è qui e deve cominciare a farsi strada in questo mondo. Se fossi io al suo posto, come mi sentirei?

Tendiamo a proiettare le nostre sensazioni sui figli. "Fa freddo, copri il bimbo." Ma fa freddo a lui o abbiamo freddo noi? "I carciofi non li mangia." Non gli piacciono davvero, o non piacciono a te e non glieli hai mai fatti assaggiare?

Per me questo è uno degli errori più grandi che possiamo fare: attribuire ai figli le nostre sensazioni. Con la temperatura, per esempio: i bambini regolano il calore in modo diverso da noi. Per capire se ha davvero freddo o caldo non toccargli le mani. Tocca il busto, la schiena, la pancia. I nostri figli non sono il nostro riflesso. Hanno una loro sensibilità, una loro soglia di sopportazione, gusti e preferenze loro. Se continuiamo a proiettargli addosso i nostri difetti e le nostre preferenze, gli impediamo di scoprire i loro. È uno dei passaggi più difficili, e anche noi a volte sbagliamo. Lavorandoci si ottengono risultati straordinari.

Prova a cambiare prospettiva. Immagina di essere catapultato in un mondo nuovo, pieno di extraterrestri che parlano una lingua sconosciuta. Due di loro sembrano volerti aiutare: ti danno da mangiare, da bere, ti curano. Istintivamente ti leghi a loro, perché sono la tua sopravvivenza. Cosa ti farebbe stare bene? Dormire nel loro letto o nel tuo? Stare in braccio o essere lasciato a terra a esplorare? Dipende dal momento e da come ti senti. Ma una cosa ti farebbe stare bene sempre: poter scegliere, con qualcuno che ti guida verso la scelta migliore invece di imporla.

Seduto accanto a quel letto ho capito qual era il mio ruolo: essere una guida. Attraverso due cose semplicissime. Essere l'esempio che deve vedere, perché anche se non capisce le parole capisce benissimo i comportamenti e li imita. E ascoltare e interpretare le sue esigenze.

Il bagnetto che non voleva più fare

Quando Samuel era piccolo, ogni sera facevamo il bagnetto nella classica vaschetta per neonati. Una routine consolidata. A cinque mesi siamo partiti per Thailandia e Vietnam e quella routine si è rotta: il bagnetto glielo facevamo comunque, ma ci adattavamo, tra docce, bacinelle e lavandini, ogni giorno una soluzione diversa.

Tornati a Ischia dopo un mese abbiamo ripreso le vecchie abitudini. Prima sera a casa: riempio la vaschetta e ci metto Samuel. Si scatena l'inferno. Pianti, urla, disperazione.

E nel cervello parte la scimmia impazzita. "Ecco, vedi? L'hai portato in viaggio, si è abituato ad altro. Gli hai tolto le sue sicurezze per un mese intero. L'hai traumatizzato." Frasi che ti martellano la testa e ti fanno sentire il peggior padre del mondo.

Poi mi sono ricordato un'altra frase di Gianluca Gotto: calma la scimmia impazzita nella tua testa e torna al presente. Mi sono fermato, ho respirato e mi sono chiesto cosa volesse dirmi davvero quel bambino. La risposta era semplicissima: era cresciuto.

Dopo ogni viaggio non sei più la stessa persona, e questo valeva anche per lui. Aveva imparato ad adattarsi e non voleva più stare seduto fermo in una vaschetta stretta: voleva esplorare la vasca grande. Così a sei mesi abbiamo iniziato a fargli il bagno nella vasca vera. Non camminava ancora, ma gattonava benissimo. Voleva quello spazio perché era cambiato.

Spesso quando i bambini piangono stanno cercando di comunicarci qualcosa, e il nostro compito è interpretare il messaggio e guidarli. Attenzione: guidarli non significa accontentarli in tutto.

Un esempio. In casa abbiamo deciso di non usare schermi e TV. Quando Samuel prende in mano un telefono non ci limitiamo a dirgli di no: diamo l'esempio. Dalla sua nascita in casa non si usano più schermi, niente TV, niente internet a caso. Quando lui è presente evitiamo il cellulare, e se dobbiamo usarlo andiamo in un'altra stanza. Così abbiamo gestito la cosa con grande serenità, e finora non abbiamo mai dovuto alzare la voce per fargli lasciare il telefono. (Sugli schermi Rossella ha scritto un articolo apposta nella sua rubrica Parole in crescita.)

Organizzazione, guida ed esempio: per me questi sono stati i primi tre mesi.

Il libro che mi ha cambiato: Pronti, si cresce!

Per i mesi successivi voglio consigliarvi un libro che ha aiutato molto Rossella e me, ma soprattutto me come papà: Pronti, si cresce! di Davide Michienzi, osteopata. L'abbiamo letto dopo la nascita di Samuel e mi ha fatto capire qual è il ruolo del papà e come avvicinarsi a questo mondo nel modo giusto.

Quando ho cominciato a leggerlo ho fatto una cosa: ho svuotato la testa. Via i pregiudizi, via le ideologie. L'ho letto come un papà che non sapeva niente, e credo sia il modo migliore. Il libro non dice "fai questo" o "fai quello", perché ogni bambino ha il suo carattere e il suo ritmo. Spiega come accompagnarlo tenendo al centro le basi della crescita. Queste sono le idee che mi sono rimaste di più, con parole mie.

La crescita non è una gara. Ogni tappa (tenere su la testa, rotolare, sedersi, gattonare, alzarsi, camminare) arriva quando il corpo del bambino è pronto. Forzarle rischia di creare compensi e rigidità. Per un papà è liberatorio: quando un amico ti dice "mia figlia a cinque mesi stava già seduta", non vai nel panico. Il tuo compito è osservare, e i confronti lasciano il tempo che trovano.

Il contatto come nutrimento. Il bambino ha bisogno di sentire il corpo del genitore per regolare respiro, battito e tono muscolare. Abbracci, pelle a pelle, portarlo addosso sono strumenti per costruire sicurezza e sciogliere tensioni, e aiutano con le coliche, il pianto della sera e il sonno. Altro che vizi. Per un papà il messaggio è potentissimo: il tuo corpo è un ambiente che aiuta tuo figlio a crescere. Sei un pezzo fondamentale del suo equilibrio, anche solo portandolo addosso per venti minuti.

Osservare prima di agire. Imparare a guardare come si muove tuo figlio, come appoggia i piedi, come apre le mani, come gira la testa, come risponde ai suoni. Per capirlo, senza giudicarlo. Invece di chiederti di continuo "sto facendo abbastanza?", inizi a chiederti "cosa mi sta comunicando?". L'ansia scende e la connessione cresce.

Il movimento libero. Il bambino non va messo seduto quando non ci arriva da solo, né messo in piedi "per provare", né bloccato in girelli, sdraiette troppo inclinate o seggiolini usati come parcheggio. Il corpo segue una sequenza precisa di tappe, e saltarle può creare compensi che più avanti diventano rigidità o difficoltà motorie. Per un papà vuol dire scelte concrete: più tempo a terra, meno tempo contenuto, più libertà di esplorare. E un criterio chiaro per dire qualche no quando serve, anche ai nonni.

Sul movimento libero è stata una vera battaglia, con i nonni, gli amici, i parenti. Spiegando le cose con calma e chiarezza alla fine abbiamo ottenuto risultati bellissimi per Samuel. I primi passi sono i più emozionanti e anche quelli che spaventano di più, ed è proprio la paura degli adulti a limitare più spesso i bambini.

Le cadute, e una signora che mi ha dato dell'incosciente

Rossella: Raccontala, quella storia della signora. Come è andata davvero?

Samuel ha cominciato a camminare a un anno e un mese. Prima ha strisciato, poi ha gattonato, e noi non abbiamo mai provato a tirarlo su in piedi. Gattonando ha fatto di tutto: giocava con i cugini, saliva e scendeva le scale, saliva e scendeva dal suo letto, che a casa è all'altezza del pavimento. E ha cominciato a prendere le sue prime piccole cadute.

Quando ha iniziato a camminare cadeva in continuazione. E io non l'ho quasi mai rialzato da terra. Solo quando una caduta era più forte e vedevo che era davvero in difficoltà. Farlo capire ai nonni e a chi ci stava vicino è stato durissimo.

Una volta una signora anziana lo ha visto camminare per strada e cadere. Samuel è sempre caduto bene, mai con la faccia a terra. Lo dico sempre a Rossella: questo bimbo sa cadere, e anche per quello ci vuole bravura. La signora mi ha guardato: "Lei è un incosciente. Il bambino a terra e lei non lo rialza. Si vergogni. Che padre è?"

Per un attimo il tempo si è fermato. Io la guardavo, Samuel era lì per terra, e il cuore mi è arrivato in gola. Ti senti male, incompreso, ingiusto. Ho continuato a camminare piano, aspettando mio figlio. Samuel si è rialzato e ha ripreso a camminare verso di me, cadendo ancora. La signora ha provato ad allungare le braccia per tirarlo su, e io le ho fermato il braccio e l'ho guardata negli occhi: "Signora, non si preoccupi. Mio figlio sa cosa sta facendo e sa anche come rialzarsi da solo." Poi mi sono girato e sono andato avanti, con Samuel che piano piano mi seguiva.

Una scena simile si è ripetuta in Cina, con un finale diverso. In Cina, come in molta parte dell'Asia, i bambini piccoli sono molto protetti, soprattutto dai nonni: non esplorano, non camminano da soli, sono sorvegliatissimi. Poi, quando iniziano la scuola, entrano in un mondo fatto di risultati, obiettivi e pressione. Un sistema che spesso porta grandi risultati, ma anche tanta sofferenza.

Per le strade di Pechino, quando Samuel camminava scalzo e cadeva, intorno a noi si formavano capannelli di persone che volevano aiutarlo. Spesso, con gentilezza, chiedevano prima il permesso. E quando vedevano le nostre facce tranquille si limitavano a guardare, colpiti da come si rialzava sicuro, senza una lacrima, come se facesse parte del gioco.

Il mio punto di vista è semplice. Non voglio che mio figlio cada per diventare forte, non mi interessa. Voglio che capisca come è fatta la vita, e non può che cominciare dalla cosa più primordiale che esista: camminare. Quando cadi? Proprio quando ti senti sicuro e pensi di poter andare. Zac, sei a terra e ti ritrovi al punto di partenza. Voglio che capisca che ogni caduta è un punto di partenza, e la possibilità di fare meglio. Vale anche per noi adulti: quando cadiamo nella vita (e cadremo) la domanda giusta è come rialzarci.

Ti fa capire anche quando vale la pena piangere davvero: per una semplice caduta, o perché ti sei fatto male sul serio?

E a chi ride e dice "aspetta che si rompa un braccio e vedrai": leggete con attenzione. Non parlo di un bambino lasciato in un posto pericoloso. Parlo di un bambino in un posto dove cadere non è un problema, e che, avendo fatto bene il suo percorso, sa cadere con equilibrio e istinto. Se si facesse male mi sentirei responsabile? Sì. Ma so anche che non posso evitargli tutto. Un giorno io non ci sarò, e lui cadrà. Se l'avessi sempre rialzato io, quel giorno farebbe fatica a rialzarsi da solo. Se invece ha imparato a farlo, spero che pensi: "Grazie, papà. Non mi hai sempre rialzato, ma eri lì a credere che ce l'avrei fatta."

Cosa direi a me stesso, prima che nascesse Samuel

Rossella: Se potessi tornare indietro, cosa diresti a te stesso prima che nascesse Samuel?

Che i limiti li mettiamo noi genitori. Che ricalcolare è meglio che arrabbiarsi. Che essere una guida conta più che essere un comandante. E che ogni caduta è un punto di partenza.

E che non saprò mai fino in fondo se quello che faccio è giusto o sbagliato. Però posso dire una cosa: mentre scrivo queste righe mi sento in pace con me stesso. So che ogni giorno sto facendo il massimo per la mia famiglia (per tutta la famiglia, non solo per mio figlio), cercando di guidare e ascoltare le esigenze e le difficoltà di ogni giorno. Senza seguire regole rigide. Vivendo ogni giorno come un giorno speciale, scoprendo cose nuove e capendo strada facendo cosa funziona e cosa no.

In pratica

  • In gravidanza: mantieni la calma, alleggerisci il carico di lei, e quando qualcosa va storto ricalcola.
  • Da zero a tre mesi: sii una guida e un esempio, e ascolta le esigenze del bambino senza proiettare le tue.
  • Da tre a dodici mesi: libertà di movimento, tanto tempo a terra, e lascialo rialzarsi da solo quando cade (tranne quando serve davvero il tuo aiuto).
  • Sempre: non confrontare tuo figlio con gli altri. Osserva, guida, fidati del suo ritmo. Ascolta chi ne sa davvero, e poi le tue sensazioni.

Papà che ci leggete, qual è stato il momento in cui vi siete sentiti papà per davvero? Raccontatecelo nel gruppo dei Sognatori.

Le guide di questi viaggi

I libri di cui parliamo

  • Pronti, si cresce!, Davide Michienzi
  • I libri di Gianluca Gotto
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