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È nato! Le prime 48 ore che ti cambiano per sempre

La sala parto vista da un papà, il primo sguardo, il primo pannolino messo al contrario, la prima notte a casa e la scelta di proteggere la nostra bolla. E una frase che ci siamo promessi di non dire mai: vabbè, ma è un bambino.

Capitolo 4 di 9Jacopo e Rossella13 minuti di lettura

Racconta Jacopo. Ospedale, quasi mezzanotte. Sono fuori dalla sala parto, dietro una porta bianca chiusa. Mi sudano le mani e il cuore batte troppo forte. Dall'altra parte sento urlare: "La testa! La testa!" La porta si spalanca, un'infermiera corre verso di me con gli occhi che sorridono sopra la mascherina e mi fa segno con la mano: "Papà, è il momento. Vieni."

Avevo sentito tante storie di papà che svengono in sala parto, che escono pallidi e tremanti. Io, lo ammetto, non avevo paura di entrare. Però mentre mi preparo, mentre infilo le protezioni e i guanti di lattice mi stringono le dita, una domanda mi attraversa la testa: sono davvero pronto?

Il figlio del macellaio

Per capire perché sono entrato in quella sala con il cuore che batteva ma le mani ferme, devo tornare un attimo indietro, alla mia storia.

Sono figlio di un macellaio. In famiglia c'era una regola non scritta ma ferrea: quando tornavi da scuola o avevi tempo libero, aiutavi. Mio padre mi insegnava mentre lavoravamo, e non mi diceva "fai questo per guadagnare". Mi diceva: "Guarda e impara. Quello che fai qui un giorno ti servirà. Non sai ancora come, ma ti servirà." Aveva ragione. Anni dopo ho ritrovato lo stesso insegnamento in Padre ricco, padre povero di Robert Kiyosaki e ho capito che mio padre, senza saperlo, mi aveva dato una delle lezioni più importanti della vita: lavora per imparare. Conta quello che diventi, più dello stipendio.

Quei sette anni in macelleria mi hanno dato anche qualcosa di più profondo: una familiarità con il corpo, con la vita, con quello che è concreto.

Poi c'è stato il 2007, il giorno del diciottesimo compleanno di mio cugino. Uno scooter, una strada, un'auto che arriva, l'impatto. L'unica cosa che ricordo è la mia mente che urlava: "Svegliati, non puoi morire, svegliati." Mi sono alzato di scatto, non so come, e sono andato verso il lunotto di una macchina per vedere il mio riflesso, per capire se c'ero ancora. Quando ho visto i miei occhi in quel vetro, mi sono spento.

Costole rotte, punti al ginocchio, trauma cranico. Il medico mi ha chiesto se potevo farmi le medicazioni da solo e ho detto di sì senza esitare, perché non volevo che qualcuno si fermasse per me. Quell'esperienza mi ha insegnato una cosa che sui libri non trovi: il corpo fa paura finché non lo conosci. Dopo diventa un alleato.

Forse è per questo che, davanti a quella porta, le mani erano sudate ma ferme.

La nascita

Entro. Luci fortissime, bianche, quasi accecanti. Odore di disinfettante e di qualcosa di organico, primitivo. E un caldo che toglie l'aria. Ci sono sei persone vestite di verde, con mascherine e guanti. Nonostante la tensione c'è una calma incredibile: ti mettono a tuo agio, ti sorridono con gli occhi, a tratti ti fanno anche ridere. Rossella è sul lettino, con il viso sudato e i capelli appiccicati alla fronte. Lo sforzo è enorme. Io mi sento benissimo, e la voglia di vedere mio figlio nascere è più forte di quel caldo.

L'ostetrica alza lo sguardo: "Signori, ci siamo. Eccolo."

Ed eccolo, con la pelle scura e i capelli neri neri, il viso stanco e provato. Appena nato non piange, e per un attimo mi si ferma il cuore. I medici sorridono: "Sta bene. Sta solo cercando di capire cosa è successo." È una caratteristica che Samuel ha ancora oggi: non reagisce al primo segnale. Osserva, valuta, capisce, e poi decide cosa fare.

Il primo sguardo

Avevo il telefono in mano e stavo riprendendo tutto, ma non guardavo lo schermo. I miei occhi erano bloccati su di lui.

Lo appoggiano sul fasciatoio per i controlli e mi avvicino. Ci guardiamo dritti negli occhi. Di solito i neonati li tengono chiusi. Lui no: due occhi neri, spalancati e profondi, che mi guardavano.

In quell'istante la mia vita è cambiata. In quegli occhi ho visto il futuro, la responsabilità, l'amore, la paura, la gioia. E ho capito: questa è la mia vita, da oggi e per sempre.

Mi commuovo ancora a raccontarlo. Quella notte, quando chiudevo gli occhi (si fa per dire, ero così pieno di adrenalina che non riuscivo a dormire), vedevo lui, il suo viso, quel primo sguardo. È lì che ho capito di essere diventato papà.

Rossella, dall'altra parte della sala

Racconta Rossella. Mentre Jacopo guardava Samuel io ero sul lettino, stremata, con il dolore che pulsava ovunque. Appena ho sentito il suo primo vagito è stata una sensazione bellissima, anche se la fatica era tale che non sono riuscita a godermela fino in fondo.

Me l'hanno messo sul petto per pochi secondi: lunghissimo, pesante, caldo, bellissimo. Poi l'hanno portato in incubatrice per i controlli e fino al giorno dopo non l'ho più visto. Quella notte non ho chiuso occhio. Il corpo era a pezzi, la pancia vuota, le gambe che tremavano, e la mente in fiamme: starà bene? Piangerà? Com'è quando lo rivedrò?

Racconta Jacopo. Poco dopo Rossella esce dalla sala parto camminando, con le sue gambe. Non me lo aspettavo, dopo due ore di spinte e tutto quel dolore. Mi è tornato in mente il medico. Quando Rossella, presa dal dolore, urlava che voleva il cesareo e che non ce la faceva più, lui ci aveva guardati con una calma incredibile: "Signori, tranquilli. La donna è fatta per questo. Mi ringrazierete dopo." Così è stato. Questi medici vivono ogni giorno una pressione enorme, famiglie in panico una dopo l'altra, e quella sera noi eravamo tra quelli che facevano pressione. Lui è rimasto calmo e sicuro, e aveva ragione.

La zingara, i cornetti e il primo abbraccio

La prima cosa che abbiamo fatto, appena finito tutto, è stata mangiare una zingara, il panino che Rossella desiderava da giorni. Ce l'hanno portata le nostre amiche, le prime a sapere che Samuel era nato.

Racconta Jacopo. La mattina dopo ero gasatissimo e non riuscivo a stare fermo. Mi sono alzato alle cinque, ho lavorato un'ora al computer, ho aspettato che aprissero i bar e sono sceso a comprare cornetti per tutti. Sono tornato in ospedale con una busta di cornetti caldi e li ho offerti a medici, infermiere e ostetriche.

Appena sono entrato in stanza ho visto Rossella seduta sul letto con Samuel attaccato al seno. Serena, bella, forte. Per me è stata una delle scene più importanti, perché dell'allattamento avevamo parlato tanto e lei aveva paura di non riuscirci. Ed eccola lì.

Quella mattina ho preso Samuel in braccio per la prima volta. Leggerissimo, caldo, dolcissimo. Mentre lo tenevo mi rimbombavano in testa le voci: "Stai attento, è piccolo, è fragile, è una responsabilità enorme." Per un attimo ho avuto paura di farlo cadere, di stringerlo troppo. Poi la sua manina si è chiusa intorno al mio dito con una forza incredibile, e ho capito che non era fragile come pensavo. Era forte. Il segreto era dare fiducia a quel bambino, lasciarlo fare e fidarmi di lui. E tutto si è rivelato molto più semplice di quanto credessi.

Rossella incontra Samuel

Racconta Rossella. Quando il giorno dopo hanno aperto la porta della mia camera, Samuel dormiva, avvolto in una copertina bianca con solo il visino fuori. Occhi chiusi, labbra rosa socchiuse. Era stremato anche lui, aveva lavorato tanto per venire al mondo.

L'infermiera me l'ha messo in braccio con delicatezza e io l'ho guardato senza riuscire a muovermi né a parlare. Il nasino, le sopracciglia sottili, le manine chiuse a pugno, quel profumo di neonato. Ho pensato: questo capolavoro l'abbiamo fatto io e Jacopo.

Ho provato ad attaccarlo al seno, con le mani tremanti e insicure, ma era troppo stanco e non si svegliava. Per un attimo ho avuto paura: e se non vuole? E se non sono capace? Poi ho respirato e l'ho solo guardato dormire, tranquillo, tra le mie braccia.

Il primo pannolino (al contrario)

Il primo cambio del pannolino lo ricordo con un sorriso e un po' di vergogna. L'infermiera mi ha detto con calma: "Signora, adesso le faccio vedere come si cambia." Io l'ho guardata con gli occhi spalancati: "Non l'ho mai fatto. A nessuno. Mai in vita mia."

Ha sorriso con quella pazienza che hanno solo le persone che hanno visto migliaia di mamme terrorizzate, e mi ha mostrato. "Apri qui. Sollevi le gambine così, piano. Pulisci sempre dal davanti verso dietro. Attenzione alle pieghe. Chiudi bene le alette." Io annuivo e pensavo: non me lo ricorderò mai. Infatti al terzo tentativo ho messo il pannolino al contrario. Samuel mi guardava con quegli occhi profondi, come a dire: "Mamma, davvero?"

L'infermiera è rimasta seria per circa tre secondi, poi è scoppiata a ridere: "Tranquilla, signora, dopo un po' le viene naturale." Aveva ragione. Solo che il suo "un po'" è stato molto più lungo di quanto sperassi: mi ci sono volute almeno dieci volte per sentirmi sicura.

Dopo due giorni l'allattamento si è avviato, grazie a un'ostetrica specializzata che mi ha guidata e rassicurata. In ospedale però su questo tema ho ricevuto messaggi molto contrastanti. Ho scelto di ascoltare il mio istinto e di fidarmi del mio corpo, e ha funzionato. È una storia lunga e la racconto per intero nell'articolo sull'allattamento.

Tornare a casa

Racconta Rossella. Uscire dall'ospedale è stato un sollievo immenso: finalmente potevo godermi il mio piccolo in pace. Ma ero anche spaventata a morte. In ospedale c'era sempre qualcuno che controllava e aiutava. Adesso eravamo solo noi: io, Jacopo e Samuel.

Mentre andavamo verso la macchina con Samuel nella carrozzina mi chiedevo: ce la faremo? Sarò una brava mamma? E se piange e non riesco a calmarlo? Poi ho guardato Jacopo, lui ha guardato me, e ci siamo presi per mano senza dire niente. In quel gesto ho capito che non dovevamo sapere tutto e subito. Avremmo imparato a conoscere nostro figlio un giorno alla volta, come si impara una lingua nuova: sbagliando parole, inventandone altre, ridendo delle figuracce. Ma ci saremmo stati, e saremmo stati in due.

La prima notte

Racconta Jacopo. La prima notte a casa è stata una delle più emozionanti della mia vita, e anche una delle più dure. In ospedale Samuel dormiva, mangiava e non piangeva quasi mai: sembrava un bambino da manuale. Appena arrivati a casa, la sera, si è scatenato l'inferno. Urla acute, disperate, inconsolabili. Tilt totale.

"Che gli succede? Perché piange così? Gli fa male qualcosa? Chiamiamo il medico?" Poi ci siamo fermati e ci siamo guardati negli occhi. Per me è stato uno dei momenti più importanti, perché è lì che è entrata in gioco la complicità. Abbiamo respirato insieme e ci siamo detti: calma, ce la facciamo, siamo una squadra.

Dopo vari tentativi (il latte, cullarlo, parlargli, cantare) siamo riusciti a calmarlo. Abbiamo capito che in ospedale probabilmente lo gestivano in un altro modo, e che adesso toccava a noi trovare il nostro. I giorni dopo sono andati meglio. O forse ci siamo abituati alle sue urla. Una cosa l'abbiamo scoperta subito: il latte è sempre stato il nostro alleato più grande.

Il papà, e i congedi

Racconta Rossella. In quelle prime quarantotto ore ci siamo sentiti incredibilmente vicini. Non riuscivamo a smaltire l'emozione di aver messo al mondo quella creatura, e stavamo imparando a conoscerci in un modo nuovo, come genitori. Il dialogo non è mai cambiato: è sempre stato il centro del nostro rapporto.

Racconta Jacopo. Il primo mese ho lavorato da casa, e la mia presenza faceva stare bene Rossella: si sentiva sicura, protetta. A ogni papà che ci legge auguro questo: se potete esserci fisicamente nei primi mesi, fatelo. Fa la differenza.

In Italia il congedo di paternità è obbligatorio: dieci giorni lavorativi, pagati al cento per cento, da usare anche non di seguito dai due mesi prima ai cinque mesi dopo la nascita. Poi c'è il congedo parentale, facoltativo, per stare vicino al bambino fino ai dodici anni. Ne hanno diritto entrambi i genitori, per un totale di dieci mesi, che diventano undici se il papà ne usa almeno tre. Se potete, usateli. Sono giorni fondamentali, altro che vacanza. (Le regole cambiano spesso: prima di organizzarvi controllate quelle in vigore sul sito dell'INPS.)

Il diritto di riposare

Racconta Rossella. I primi giorni a casa il mio corpo era distrutto. Alzarmi dal letto, arrivare in bagno, sedermi, rialzarmi: tutto faceva male. La pancia vuota ma ancora gonfia, il perineo dolorante, il seno che si gonfiava, duro, pesante, caldo. E una stanchezza profonda, nelle ossa.

Spesso il pomeriggio dormivo con Samuel, lui sul mio petto e io sul divano. Mi addormentavo sentendo il suo respiro piccolo e veloce sul mio cuore. A volte però mi svegliavo di colpo e mi sentivo in colpa. Perché sono così stanca? Le altre mamme non dormono di pomeriggio. Cosa c'è che non va in me? Guardavo sui social mamme perfette, truccate, sorridenti, con la casa in ordine, e mi chiedevo dove sbagliavo.

Un giorno mi sono guardata allo specchio e mi sono detta: Rossella, fermati. Hai portato il pancione per nove mesi, tra nausee, dolori e notti insonni. Hai affrontato un travaglio di ore e due ore di spinte. Hai creato una vita con il tuo corpo. Hai il diritto di riposare.

Da quel giorno ho smesso di sentirmi in colpa, e ho iniziato ad ascoltare e rispettare il mio corpo.

Proteggere la bolla

Una delle cose che temevamo di più, tornando a casa, erano le visite. Amici e parenti che arrivano subito, nei primi giorni, quando Rossella non era pronta a truccarsi, a fare la padrona di casa, a sorridere esausta e a passare Samuel di braccio in braccio quando voleva solo tenerlo per sé.

Così ci siamo detti: ci prendiamo il nostro tempo. Nessuna visita per le prime settimane, solo noi tre, la nostra bolla. Abbiamo chiamato amici e parenti uno per uno: "Siamo felicissimi, ma abbiamo bisogno di tempo per noi, per conoscere Samuel e per riprenderci." Tutti hanno rispettato la nostra scelta e nessuno si è offeso. Anzi, ci hanno detto: "Fate bene, godetevelo."

Quando ci siamo sentiti pronti, dopo qualche settimana, siamo andati noi da loro, con Samuel nel marsupio, con i nostri tempi e nei nostri modi. Proteggete la vostra bolla e non abbiate paura di dire di no. Quei primi giorni non tornano più, e sono vostri.

"Vabbè, ma è un bambino"

Racconta Jacopo. C'è un tema su cui voglio fermarmi, perché credo sia tra i più importanti e i più sottovalutati della genitorialità. Ci siamo promessi di non dire mai una frase: "Vabbè, ma è un bambino." Io me la ricordo ancora, quando la dicevano davanti a me da piccolo pensando che non me la sarei ricordata. Invece risuona ancora come un macigno. Quella frase svaluta e minimizza. Dice: tu non conti, tu non capisci, sei piccolo. E invece i bambini capiscono, sentono e ricordano.

Racconta Rossella. Con Samuel abbiamo scelto fin dall'inizio di parlare in modo chiaro e trasparente, come si parla a una persona intelligente. Quando andiamo dal pediatra non gli diciamo solo "si va". Gli spieghiamo: "Samuel, oggi andiamo dal dottore. Ti visiterà, guarderà la pancia e le orecchie. Potrebbe fare un po' male, ma dura poco, e noi siamo lì con te." Entra nello studio sereno e non urla quando lo visitano, perché sa cosa aspettarsi.

Racconta Jacopo. Quando lo lasciamo con i nonni non scompariamo e basta. Gli diciamo: "Adesso andiamo a lavorare, torniamo tra un po'. Sei con la nonna, stai bene." All'inizio piangeva lo stesso. Con il tempo ha imparato che le nostre parole corrispondevano alla realtà: tornavamo davvero, non lo abbandonavamo. Quella fiducia si costruisce con la coerenza. Le bugie dette per proteggerlo la rompono.

Racconta Rossella. Quando cade e si fa male non gli diciamo subito "dai, non è niente". Gli chiediamo: "Fa male? Dove?" Lo lasciamo sentire quello che sente, lo riconosciamo, e poi lo aiutiamo ad andare avanti. Se neghi il dolore di un bambino, quel dolore si nasconde e resta lì.

La complicità che abbiamo con Samuel nasce da qui: lo trattiamo come una persona capace, forte e degna di una spiegazione vera. E questo crea un legame che non ha paragoni.

Quello che ci è rimasto

Ripensando a quelle prime quarantotto ore, una cosa ci è rimasta addosso più di tutte. Il momento in cui tutto cambia arriva quando guardi tuo figlio negli occhi per la prima volta e capisci, senza parole, che quella è la tua vita. Le prime quarantotto ore non si imparano, ti capitano addosso. E quando finiscono non sei più la persona che era entrata in quella sala parto.

Qual è stata la prima cosa che hai sentito quando hai preso in braccio tuo figlio? Raccontacelo nel gruppo dei Sognatori.

I libri di cui parliamo

  • Padre ricco, padre povero, Robert Kiyosaki
Lo scaffale dei Sognatori