Incinta: l'altalena della gravidanza, tra Madeira, la Sardegna in camper e la sala parto
Il test positivo, le paure, il corpo che cambia, i trekking con il pancione a Madeira, la Sardegna in camper e un parto indotto con due ore di spinte. La gravidanza raccontata da Rossella, con i consigli pratici che avremmo voluto sapere prima.
Questa storia la racconta soprattutto Rossella. Quei nove mesi li abbiamo attraversati insieme, ma lei li ha vissuti da dentro: nel corpo, nelle emozioni, nella fatica. Jacopo c'era, e ogni tanto prende la parola.
Pico do Areeiro, quasi al sesto mese
Racconta Jacopo. Madeira, Pico do Areeiro, 1.818 metri, sopra le nuvole. Montagne che si perdono nella nebbia, tunnel scavati nella roccia, sentieri che sembrano non finire mai. Rossella è quasi al sesto mese e stiamo facendo uno dei trekking più belli e più impegnativi della nostra vita. Cammina, respira, sorride: la voglia di scoprire quel posto è così forte che sembra non sentire la fatica. Ma camminiamo da ore, e a un certo punto le gambe iniziano a cedere, il respiro si fa pesante, il pancione pesa. "Jacopo, ho bisogno di fermarmi." Mi guardo intorno: rocce, sentiero, nessuna panchina, nessun posto dove sedersi davvero. Vedo i suoi occhi stanchi ma determinati, e penso: come facciamo?
Quel momento racconta bene cos'è stata per noi la gravidanza. Un viaggio incredibile, faticoso, pieno di domande e di momenti in cui ti chiedi se ce la farai. Per capire come siamo arrivati su quella montagna bisogna tornare all'inizio.
Il test positivo
Novembre, nella nostra piccola casa. Jacopo sta rifacendo il letto. Entro in camera con un sorriso enorme e gli occhi pieni di lacrime. Lui capisce tutto da lì, dagli occhi e dal sorriso. Non diciamo niente, ci guardiamo e ci abbracciamo.
Dentro di me, però, giravano mille domande. E ora cosa si fa? Sarò una brava mamma? Riuscirò a tenere insieme tutto, bambino, lavoro, viaggi? Mi sentivo persa, come se le mie certezze fossero sparite all'improvviso. E avevo paura, anche egoisticamente, di perdere la mia libertà.
Lo voglio dire chiaramente: non mi sono sentita felice ogni singolo giorno. Ci sono stati momenti di rabbia, di irritazione, di tristezza senza motivo. Momenti in cui guardavo il test e pensavo "sono contenta, ma ho anche paura". Se succede anche a te, non sei meno mamma e non sei meno donna. Sei umana, su questa altalena.
Un giorno ero felice, grata, emozionata. Il giorno dopo spaventata, confusa, stanca. E non c'era niente di sbagliato. Per me la gravidanza è stata proprio questo: salire e scendere di continuo, tra il sentirmi piena di vita e il sentirmi completamente svuotata.
Racconta Jacopo. I primi giorni sono stati strani. Avevamo deciso di non dirlo a nessuno finché non avessimo fatto tutte le analisi, ma Rossella non riusciva a tenere il segreto e lo ha detto subito a sua mamma. Ricordo ancora il suo urlo di felicità: da un lato mi ha sconvolto, dall'altro mi ha fatto capire che stava succedendo qualcosa di meraviglioso. Le notti invece erano diverse. A letto ci chiedevamo: riusciremo a superare tutto questo? Saremo all'altezza? Poi un pensiero ci ha salvati: perché caricarci di tutta questa responsabilità? È un processo naturale, va avanti da milioni di anni. Io avevo paura di perdere la Rossella che conoscevo, ma sapevo che ce l'avremmo fatta sostenendoci a vicenda.
E io non mi sono mai sentita sola, perché Jacopo ha sempre ascoltato tutte le mie paure.
Dirlo a tutti (e le frasi che ti gelano)
Più avanti abbiamo deciso di dirlo a tutti, e Jacopo ha voluto riprendere le reazioni. È stato uno dei momenti più belli della nostra vita, e ogni volta che rivediamo quel video sulla pagina dei Sognatori ci commuoviamo. La reazione più tenera è stata quella della nostra nipotina Rebecca.
Come in tutte le cose belle, però, sono arrivate anche quelle che ti mettono paura. Ogni volta che annunciavamo la gravidanza qualcuno ci diceva: "Ah, allora adesso avete finito di viaggiare." Un momento bello rovinato da chi ci dava già per sconfitti. Noi stavamo diventando consapevoli e sapevamo che la prima cosa da fare era non ascoltare. Abbiamo continuato a vivere la nostra vita, come avevamo sempre fatto.
Quello che abbiamo letto
Prima di tutto ci siamo informati e abbiamo studiato. Non vogliamo riempire queste pagine di elenchi di libri, ma alcuni ci hanno aiutato davvero e la nostra crescita passa molto dalla lettura.
Avremo un bambino di Janet Balaskas e Yehudi Gordon ci ha cambiato la visione. Il messaggio di fondo è che la gravidanza è un processo naturale, una condizione della vita più che una malattia, e il corpo della donna sa partorire. Oggi la gravidanza è molto medicalizzata: visite continue, analisi, tutto ruota attorno al rischio. Il libro non rifiuta la medicina. La rimette al suo posto: serve quando qualcosa non va, e non per controllare ogni passo. Parla di parto attivo, della libertà di muoversi, della fiducia nella forza del corpo. E spiega che paura e tensione frenano il processo: la paura alza l'adrenalina, l'adrenalina ostacola l'ossitocina e il travaglio rallenta. Con calma, respiro e fiducia, il corpo fa quello per cui è fatto. Ce lo siamo ripetuti mille volte: il corpo sa partorire, se la mente glielo permette.
Jacopo intanto leggeva Una donna deve avere un piano di Maye Musk. Il concetto che ci ha guidati è che avere un piano dà libertà: se hai già pensato alle soluzioni, quando arriva l'imprevisto lo affronti con più serenità e meno panico. Lo vedrete tra poco, sul Pico do Areeiro.
E poi c'era ancora Brianna Wiest, che ci accompagnava dai tempi della coppia. Da lei abbiamo preso l'idea che la disciplina è una forma di cura verso se stessi. In gravidanza prendersi cura di sé è il primo gesto d'amore verso il proprio figlio.
Così abbiamo fatto una scelta: la paura non avrebbe guidato questo viaggio. Avremmo studiato e preparato il corpo e la mente.
La sciarpa di Samuel
La prima ecografia l'abbiamo fatta a fine dicembre. Eravamo lì, tremanti, senza capire ancora bene cosa stesse succedendo. Il medico ha guardato lo schermo e ha detto una cosa che non dimenticheremo mai: "Signora, questo bimbo ha già la sciarpa ed è elegante." Nella foto il cordone ombelicale gli girava intorno al collo, proprio come una sciarpa.
Jacopo ha subito commentato: "Si prepara già per Parigi." Samuel, elegante dal primo giorno.
La pancia, e lo specchio
La pancia all'inizio era emozionante. La vedevo crescere ogni giorno, la accarezzavo, parlavo con Samuel. L'ultimo mese invece è stato difficile. Era enorme, pesante, ingombrante. Era luglio, faceva un caldo soffocante e di notte non trovavo una posizione.
E c'era qualcosa di più profondo. Ero sempre stata abituata ad avere un fisico tonico e allenato, e a volte allo specchio non mi riconoscevo. Mi vedevo grossa, gonfia, diversa.
Racconta Jacopo. Io quella pancia la amavo. Per me una donna incinta ha un fascino unico. Le dicevo spesso: "Sei bellissima, non vedi la luce che hai negli occhi?" E lo pensavo davvero.
Io spesso non ci credevo. Quando il corpo cambia così tanto e così in fretta è difficile accettarlo. Poi ho scelto di accettarmi. Quella pancia era vita, era Samuel che cresceva dentro di me. Ho iniziato a guardarmi come una donna che stava creando una vita, e questo mi ha resa bella davvero.
Madeira: i primi calci nell'oceano
Abbiamo continuato a viaggiare, eccome. Prima Madeira, poi la Sardegna. Due esperienze diverse con lo stesso spirito: la vita non si mette in pausa perché aspetti un figlio.
A Madeira abbiamo girato Funchal e assaggiato al mercato della frutta i frutti più strani, come quello della monstera, che sa di ananas e banana insieme. Abbiamo preso la funivia, visto le casette di Santana, passeggiato a Câmara de Lobos e fatto il bagno nelle piscine naturali di Porto Moniz.
Proprio lì, nelle piscine naturali, è successa una cosa magica. Entro in acqua, l'oceano è gelido, e sento un calcio. Poi due. Poi tre. Sembrava che Samuel volesse nuotare.
Racconta Jacopo. Ho messo la mano sulla pancia e ho sentito i calci, per la prima volta davvero. Finché la pancia non si vedeva facevo fatica a capire cosa stesse succedendo. Quando ho iniziato a vederla e a sentirlo muovere è diventato tutto più chiaro. Lì è iniziata la mia storia d'amore con lui.
La sedia pieghevole sul Pico do Areeiro
Da Funchal ci siamo spostati verso l'interno, fino al Pico do Areeiro, la terza vetta di Madeira. Da lì parte il sentiero PR1: paesaggi surreali, tunnel nella roccia, sentieri che sembrano portare in un altro mondo. Non pensavamo che avrei resistito così tanto, quasi al sesto mese e con un bel pancione. Ma la voglia di vedere quel posto era più forte di tutto.
Racconta Jacopo. A metà percorso la stanchezza si è fatta sentire e Rossella aveva bisogno di sedersi. In mezzo al nulla. Allora ho tirato fuori dallo zaino una sedia pieghevole, piccola e leggera. L'avevo portata senza dirle niente, sapendo che la stanchezza poteva arrivare. Per me quella sediolina era il piano. Avere un piano non vuol dire controllare tutto, vuol dire essere consapevoli e pronti.
Lui mi ha guardata, io ho guardato lui, e gli ho detto: "Sei unico. Trovi sempre una soluzione a tutto."
Al ritorno, dopo quattro ore intense rese leggere da quel panorama, ci siamo fermati a guardare il tramonto. E lì abbiamo deciso di scoprire il sesso del bambino. Solo noi due e l'immensità del Pico do Areeiro. Abbiamo aperto la busta che ci aveva dato il ginecologo, ci siamo guardati e ci siamo messi a piangere. Era l'emozione: quel tramonto, quella notizia, tutto perfetto. Anche se io, dentro, lo sentivo già che era un maschietto. Quando immaginavo Samuel lo immaginavo così com'è oggi: divertente, simpatico, pieno di voglia di vivere. Stava arrivando un sognatore.
Non abbiamo voluto feste né gender reveal organizzati, e nessun marchio che si facesse pubblicità attraverso di noi. Rispettiamo le tradizioni, ma quella non ci appartiene, e i nostri principi valgono più dei soldi. Volevamo un luogo che ci desse energia e che augurasse il meglio al nostro piccolo.
Il nome
Poi c'è stata la questione del nome. Rinnovare quello di un nonno o no? La nostra scelta è stata dare a Samuel un'identità tutta sua.
Racconta Jacopo. Questo viene dalla mia storia. Sono il terzo di tre figli: i primi due hanno rinnovato i nonni, paterno e materno. Io sono arrivato quasi per caso e mi è stato dato un nome senza una storia precisa dietro. Da piccolo questa cosa mi faceva sentire perso, come un libro bianco senza titolo. Crescendo ho capito che quel libro bianco era un dono: toccava a me scrivere la mia storia, senza il peso di un nome che portava già aspettative. Così abbiamo scelto Samuel, semplicemente perché ci piaceva e perché non rinnova nessuno. Per lasciargli scrivere il suo libro da zero, con la sua calligrafia.
La Sardegna in camper
A fine maggio, un mese e mezzo prima del parto, siamo partiti per la Sardegna in camper. La vita in camper è fatta di compromessi: acqua contata, spazi stretti, il bagno da pulire sempre. E questo ci ha uniti ancora di più, perché quando condividi anche le scomodità capisci davvero chi hai accanto.
Racconta Jacopo. Il terzo giorno ci siamo spostati alla spiaggia della Pelosa, uno dei mari più belli che abbia mai visto. Siamo arrivati di sera e abbiamo parcheggiato sul promontorio. Alle cinque del mattino ho aperto la tendina del camper e davanti a noi c'era un'alba con colori che non si possono descrivere.
E io, grande dormigliona, mi sono alzata senza problemi, con il mio solito sorriso. Ci siamo seduti vicini, in silenzio, e ci siamo guardati. In quel silenzio abbiamo capito che per essere felici serviva davvero poco: stare uno accanto all'altra, con un'alba a farci compagnia.
Vuoi essere la roccia o il fiume?
La nascita era prevista per i primi di luglio, ma queste cose non si comandano: ho partorito a 41 settimane. Gli ultimi giorni sono stati duri. Avevo una paura tremenda del parto e volevo che partisse da solo. Avevo qualche contrazione, ma non quelle giuste, e volevo evitare l'induzione.
Uno di quei giorni eravamo all'U' Paravis, una spiaggia bellissima, per uno degli ultimi bagni prima dell'arrivo di Samuel. E abbiamo discusso tre ore: aspettare ancora o fare l'induzione?
A un certo punto Jacopo mi ha fatto una domanda: "Vuoi essere una roccia o il fiume?"
Quella domanda mi ha cambiata. Io tendo a essere la roccia: ferma, testarda, sul mio punto. La vita invece è il fiume, che scorre, cambia e va avanti. Se vuoi andare avanti anche tu, devi lasciarti andare e diventare fiume. Alla fine ho trovato il coraggio, mi sono ricoverata e il giorno dopo mi hanno indotto il parto.
Il parto
È arrivato il giorno che avevo temuto e desiderato per nove mesi. Mi hanno messo una fettuccia per stimolare le contrazioni, e poi è iniziata l'attesa. I dolori sono arrivati nel pomeriggio, piano, come onde sempre più forti e sempre più vicine.
Durante il travaglio, per le regole dell'ospedale, nessuno poteva stare con me. Ero sola in una stanza con le contrazioni che crescevano. Quelle indotte sono diverse: più violente, più continue, non seguono il ritmo naturale del corpo. Ho usato la respirazione 4x4 imparata al corso: inspiro 4, trattengo 4, espiro 4, trattengo 4. Mi concentravo su quel ritmo per non perdere il controllo.
Poi sono arrivate le spinte. Mi hanno portata in sala parto e lì è entrato anche Jacopo. L'ostetrica ripeteva: "Spingi. Respira. Spingi ancora." Durante le spinte la respirazione cambia: inspiri a fondo ed espiri a piccoli soffi mentre spingi, come per spegnere una candela con forza.
La testa di Samuel però era grande e non scendeva. Un'ora. Due ore di spinte. Ero esausta, disperata, avevo male ovunque. A un certo punto ho guardato Jacopo e gli ho detto: "Non ce la faccio più."
Racconta Jacopo. Le ho preso la mano e l'ho guardata negli occhi. "Ce la fai. Sei fortissima. Ancora un po', Samuel sta arrivando."
E ho trovato una forza che non sapevo di avere. Inspiro, soffio, spingo. Inspiro, soffio, spingo. Poi finalmente: "È uscita la testa! Ancora una spinta!" Con l'ultima spinta e tutta la forza che mi restava, Samuel è nato.
Quando me l'hanno appoggiato sul petto, caldo, bagnato, che piangeva, ho capito perché quelle due ore, perché quel dolore e tutta quella fatica. Valeva ogni secondo.
Se ripenso a quei nove mesi vedo proprio un'altalena. Giorni in cui mi sentivo invincibile, bellissima, piena di energia, e giorni in cui mi sentivo goffa, stanca, spaventata. Giorni di innamoramento totale e giorni in cui pensavo di non farcela. E va bene così: l'altalena fa parte della gravidanza.
Quello che ha funzionato per me
Una premessa importante: è la mia esperienza, in una gravidanza fisiologica seguita dal ginecologo. Se hai condizioni particolari segui sempre il tuo medico. Non esiste una gravidanza perfetta, esiste la tua.
Lo yoga e il movimento. Ho continuato ad allenarmi per tutta la gravidanza, con lo yoga e in palestra con pesi più leggeri, sempre seguita da professionisti. Le posizioni che mi hanno aiutata di più sono state la posizione della dea, Malasana (la ghirlanda) e le gambe al muro. La dea mi faceva sentire forte e radicata, come se dicessi al mio corpo "ti sto preparando". Malasana l'ho usata molto in travaglio, perché aiutava Samuel a scendere. Le gambe al muro erano il mio rifugio a fine giornata.
Il respiro. Più di ogni posizione mi ha salvata la respirazione. Ogni giorno mi sedevo, chiudevo gli occhi e immaginavo Samuel sereno e al sicuro, e gli parlavo nella mente: "Ci siamo io e te, siamo una squadra." Al corso di preparazione al parto ho imparato la tecnica 4x4. Sembra una cosa banale, ma in travaglio è stata la mia ancora.
Il cibo. La mia filosofia è semplice: mangiare cibo che dà vita. Carboidrati integrali, proteine, grassi buoni come avocado, olio extravergine e frutta secca. Niente diete rigide, niente bilancia. Mi sono fidata del mio corpo.
Gli integratori. Ho iniziato l'acido folico due o tre mesi prima del concepimento, perché il corpo ha bisogno di tempo. In gravidanza ho continuato con vitamina D e omega 3, sempre sotto controllo del ginecologo.
La nausea. È arrivata solo al terzo mese, di sera: stomaco chiuso, fatica a mangiare. Non ho preso farmaci. Mi dava un po' di sollievo un integratore naturale a base di aloe e acido ialuronico (Bianacid di Aboca), insieme ai classici pane secco e cracker. Prima di prendere qualsiasi cosa, chiedi al tuo ginecologo.
I profumi. Non sopportavo più niente, nemmeno il profumo di sempre di Jacopo. Per tre mesi è stato praticamente bandito. "Via, puzzi!" "Ma è lo stesso di sempre!" "Non mi importa, via." Ragazzi, se la vostra compagna vi dice che puzzate, non prendetevela: decide il bambino.
Olio di mandorle e massaggio del perineo. Olio di mandorle dolci ogni giorno sulla pancia per la pelle, e soprattutto per il massaggio del perineo, ogni sera negli ultimi due mesi, per renderlo più elastico. Nel mio caso ha fatto la differenza: non ho avuto lacerazioni gravi.
Il cuscino a luna. Il mio migliore amico. Quando la pancia cresce dormire diventa una sfida, e il cuscino ti sostiene tra le gambe, sotto la pancia e dietro la schiena.
Le emorroidi. Nessuno te lo dice, ma possono arrivare e fanno male. Gel all'aloe, impacchi freddi, tanta acqua e fibre. Non sempre miglioravano, e questo mi frustrava, perché è una di quelle cose che non controlli.
Il consiglio più importante è ascoltare te stessa, il tuo corpo, le tue sensazioni. Ogni gravidanza è diversa. Se hai dovuto rallentare o stare a riposo non sei meno forte: il tuo corpo aveva bisogno di quello.
Cosa ci portiamo dietro
Abbiamo imparato che il corpo sa cosa fare, se gli dai fiducia, e che una buona gravidanza comincia da prima, da come ti prendi cura di te. Che molti miti vanno lasciati andare: "non puoi viaggiare", "non puoi fare sport", "devi mangiare per due". Che la coppia può uscirne ancora più forte, se resta squadra.
Vivetela con serenità, salute permettendo. Anche nei giorni difficili cercate un momento bello, perché non tornerà. Il dolore, se lo lasci andare, si dimentica: dipende da noi cosa portarci dietro.
Qual è stata la tua altalena più grande? Raccontacela nel gruppo dei Sognatori. Vogliamo che nessuna si senta fuori posto in questo viaggio.
Questo è il racconto della nostra esperienza e non sostituisce il parere del ginecologo, dell'ostetrica o del medico che ti segue.
Le guide di questi viaggi
I libri di cui parliamo
- Avremo un bambino, Janet Balaskas e Yehudi Gordon
- Una donna deve avere un piano, Maye Musk
- 101 riflessioni che cambiano il tuo modo di pensare, Brianna Wiest