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La coppia prima di tutto: sogni, paure e patti (e un Uber a Medellín)

Prima di pensare a un figlio abbiamo dovuto imparare a essere una squadra: le domande giuste al primo appuntamento, una crisi in un monolocale, un volo perso per la Colombia e le paure che ci siamo detti davanti a uno psicologo. Con un esercizio da fare stasera.

Capitolo 2 di 9Jacopo e Rossella9 minuti di lettura

Medellín, Colombia, di notte. Siamo sul sedile posteriore di un Uber e l'autista guida in modo pericoloso: sorpassi azzardati, frenate improvvise. Gli chiediamo di rallentare una volta, due, tre. Non ascolta. A un certo punto accosta, si gira verso di noi con gli occhi strani e un sorriso inquietante: "Voi europei avete i soldi, vero? Volete comprare della droga?"

Come ne siamo usciti lo raccontiamo più avanti. Quella sera abbiamo capito cosa vuol dire essere una squadra, e per arrivare a quella complicità c'è voluto un percorso fatto di domande giuste, crisi superate, patti mantenuti e paure dette ad alta voce. Partiamo da qui, dalla coppia, perché viene prima di tutto il resto, figli compresi.

Il primo appuntamento e le domande giuste

Ci siamo conosciuti in un posto poco romantico: una palestra. Ischia è piccola e ci conoscevamo già di vista, senza una grande stima reciproca, o almeno così credevamo. Nessun colpo di fulmine. Più un "questa persona ha qualcosa di strano, mi piace, ma devo capire chi è davvero".

Jacopo all'epoca faceva il barman e la sera lavorava sempre, così potevamo vederci solo il pomeriggio. Per il primo appuntamento ha portato Rossella al Belvedere di Serrara, uno dei posti più belli dell'isola, da dove la vedi tutta. È un posto dove i pensieri si aprono e viene naturale parlare di sogni, viaggi, progetti.

Racconta Rossella. Pochi giorni prima avevo letto 101 riflessioni che cambiano il tuo modo di pensare di Brianna Wiest. È una raccolta di verità scomode scritte in modo semplice e diretto, e una in particolare non riuscivo a togliermela dalla testa. Secondo lei molte coppie si lasciano quando si accorgono, troppo tardi, che il loro amore non era costruito sulla verità. Succede perché all'inizio ci facciamo le domande sbagliate. Vogliamo sentirci scelti e desiderati, e ci chiediamo: "Gli piaccio?", "Sono abbastanza?", "Mi renderà felice?". Sono domande dell'ego. Cerchiamo conferme invece di cercare compatibilità.

Le domande giuste, dice lei, sono altre:

  • Chi sono io quando sono con questa persona?
  • Mi sento più libero o più limitato?
  • Posso crescere con lei, o mi adatto per paura di perderla?
  • Ci rispettiamo anche quando non siamo d'accordo?

Quel pomeriggio, senza nemmeno rendercene conto, ci siamo fatti proprio domande così. Niente "che lavoro fai?" o "cosa fai nel tempo libero?". Piuttosto: cosa non cambieresti mai di te, anche se ti costasse tutto? Come vuoi sentirti tra dieci anni? (Come vuoi sentirti, non cosa vuoi avere.) Cosa significa per te "casa": un luogo, una persona o una sensazione?

Dopo qualche ora, che ci è sembrata due minuti, avevamo capito che qualcosa era diverso. Nessuno dei due cercava qualcuno che lo riempisse. Cercavamo qualcuno insieme al quale sentirci pieni.

Gli stessi sogni

I nostri sogni erano chiari, e sorprendentemente simili.

Racconta Jacopo. Volevo cambiare lavoro. Il barman mi stava stretto e volevo qualcosa che guardasse al futuro. E volevo girare il mondo. Rossella non mi ha mai detto di cambiare, ma mi ripeteva sempre: "Tu puoi fare molto di più, sei un vulcano." Per me le sue parole sono sempre state benzina.

Racconta Rossella. Io avevo dato tanto alla scuola, agli amici, alla famiglia. Avevo la laurea in logopedia e tante passioni, ma una più di tutte: il viaggio.

Quella passione ci ha uniti. Abbiamo capito presto che preferivamo spendere i nostri soldi in biglietti aerei piuttosto che in un mutuo, e lo facciamo ancora oggi. Avevamo la stessa scala di priorità e la stessa visione. Abbiamo scelto di non sposarci in chiesa e di non fare i sacramenti. Rispettiamo chi lo fa, ma noi crediamo nell'uomo più che in Dio. I nostri genitori non l'hanno presa bene e per molto tempo ci hanno tartassati. Alla fine hanno visto che eravamo fermi sullo stesso punto, insieme. Non avevamo bisogno di contratti, bastava la nostra parola.

La crisi nel monolocale

Non è stato sempre tutto semplice. C'è stato un momento di crisi vera, pesante. Avevamo paura tutti e due: di lasciarci alle spalle il passato, di cambiare vita davvero, di fare sul serio.

Vivevamo nel nostro primo nido, un monolocale piccolo e un po' trascurato. Fuori Ischia andava avanti con la sua vita. Dentro c'eravamo solo noi due, seduti in silenzio, con il peso di una crisi che non riuscivamo ancora a nominare. A un certo punto uno di noi ha parlato, e dall'altra parte, invece di una risposta, è arrivato ascolto. Abbiamo parlato e discusso, a volte animatamente, senza mai mancarci di rispetto. Quello, anche in una litigata, non deve mai venire meno.

Quella sera ci siamo fatti una promessa, una sola: ricominciamo insieme, e non ci manchiamo mai di rispetto. Nessun testimone, solo noi due in quel monolocale, che decidevamo di sceglierci ancora.

Per metterla alla prova abbiamo prenotato un volo. Destinazione Colombia.

Il volo perso e il biglietto nuovo

Napoli Capodichino, cinque del mattino. Il volo è Napoli, New York, Bogotà. Al banco del check-in sentiamo la frase che nessun viaggiatore vuole sentirsi dire: "Mi spiace, signori. Non potete partire."

Rossella aveva dimenticato di fare l'ESTA, l'autorizzazione che serve anche solo per lo scalo negli Stati Uniti. Sono seguite tre ore di telefonate tra agenzia e assistenza, poi uno spiraglio: "Andate a Roma, da lì vi fanno partire." Taxi, valigie, stazione, treno, una corsa contro il tempo. Arriviamo e il gate è chiuso.

Racconta Jacopo. Ci siamo seduti in stazione, uno accanto all'altra, in silenzio, con le facce distrutte. Nella testa di Rossella giravano tutte le voci di genitori, amici e parenti: "La Colombia è pericolosa, non andate, rischiate di non tornare." Poi l'ho sentita dire: "Compriamo un altro biglietto e andiamo." In quel momento mi è tornata in mente la frase che porto tatuata sulla pelle: la vita non è così seria come vuole farti credere il tuo cervello. La semplicità con cui aveva trovato la soluzione era geniale. Ci siamo dati un pizzico sulla pancia e abbiamo comprato un altro biglietto.

Una volta in aereo quella giornata sembrava già lontana, ma la paura di arrivare in Colombia era ancora forte. Siamo atterrati a Bogotà il 31 dicembre e abbiamo capito presto che non era vero niente di quello che ci avevano raccontato. Come in ogni viaggio, abbiamo trovato molte più persone disposte ad aiutarci che a farci del male. Da Bogotà ci siamo spostati a Medellín, ed è lì che siamo saliti su quell'Uber.

Medellín: basta uno sguardo

Racconta Jacopo. Quando l'autista si è fermato e ci ha offerto la droga, la situazione sembrava sfuggirci di mano. Ho guardato Rossella e dal suo sguardo ho capito che toccava a me prendere in mano le cose. La mia stazza e il mio napoletano alzato al momento giusto mi hanno sempre tirato fuori dai guai. Ho alzato la voce, il tono è diventato duro, e negli occhi del driver ho visto paura. Ha chiesto scusa, ha ripreso a guidare normalmente e ci ha portati a destinazione.

Siamo scesi e ci siamo guardati. Rossella è scoppiata a ridere: "Sei buffo quando alzi la voce e parli napoletano. Però hai fatto bene, gli hai messo paura."

Mi sono sentito diventare rosso. Nessuno mi aveva mai detto che ero buffo, eppure era esattamente come mi sentivo ogni volta che alzavo la voce. Agli altri faccio paura, a lei no: lei mi vedeva per quello che ero. E lì ho capito una cosa che mi è rimasta dentro. Leggevo Rossella con uno sguardo e capivo esattamente di cosa aveva bisogno. Una complicità così non l'avevo mai sentita, e l'abbiamo scoperta grazie a quel viaggio. Essere una coppia significa essere una squadra: capirsi senza parole, proteggersi, sostenersi. Anche quando un autista ti offre droga nel cuore della notte.

Lo psicologo, e il nostro copione

Tornati a casa sapevamo di aver superato qualcosa di importante, ma c'era ancora lavoro da fare su noi stessi e sulla coppia. Vivere in una realtà piccola come Ischia ha i suoi vantaggi, e anche i suoi limiti: tutti ti conoscono e tutti hanno un'opinione su cosa dovresti fare e su come dovresti vivere. Ci siamo accorti che cominciavamo a preoccuparci troppo di quello che pensavano gli altri. Così abbiamo fatto una cosa che a molti sembra strana: abbiamo chiesto aiuto a uno psicologo.

Tante coppie ne hanno paura, come se andarci volesse dire "siamo rotti, non funzioniamo, è la fine". Per noi è stato l'opposto: un modo di prenderci cura di quello che amavamo e di investirci. Lo psicologo ci ha aiutati a sciogliere i legami con il passato, le aspettative delle nostre famiglie, il peso del giudizio degli altri. E ci ha detto una frase che ci ha cambiati: "I paragoni non esistono. Esistono solo esperienze uniche." Non dovevamo somigliare alle altre coppie né seguire un copione già scritto. Dovevamo scrivere il nostro.

Dirsi le paure

La cosa più preziosa che ci ha dato, però, è stata uno spazio sicuro per dirci le paure. Quelle che non ci si dice mai, per timore di deludere l'altro.

Racconta Jacopo. La mia paura su Rossella era questa: non ce la farà. Lei ama dormire, ama i suoi spazi, la palestra, i viaggi, la sua libertà. E io mi chiedevo: quando arriverà un figlio, quando la vita cambierà per davvero, reggerà? Non gliel'avevo mai detto, perché mi sembrava una mancanza di fiducia. Era proprio la cosa che dovevo fare.

Racconta Rossella. Quando me l'ha detto, la prima reazione è stata difendermi: "Come, pensi che non ce la faccio?" Poi ho lasciato che quella paura si posasse, e ho capito che veniva dall'amore e non dal giudizio. La mia paura su Jacopo era speculare. Lui è ossessionato dal lavoro: sempre connesso, sempre con qualcosa da fare, sempre un passo avanti all'agenda. Mi chiedevo: quando nascerà nostro figlio, sarà presente davvero? O sarà lì con il corpo e altrove con la testa?

Anche lei se l'era tenuta dentro a lungo. Dircele ci ha avvicinati, perché solo se sai cosa teme l'altro puoi rassicurarlo, e con i fatti più che con le parole.

Quando è nato Samuel, Jacopo ha organizzato il suo tempo in un modo che Rossella non avrebbe mai immaginato: più presente di quanto sperasse, capace di staccare quando contava. E Rossella le notti le ha affrontate con una forza e una calma che hanno lasciato Jacopo senza parole, senza chiedere aiuto. Le nostre paure erano reali, ma più piccole di noi.

Un esercizio da fare stasera

Sedetevi a un tavolo, senza TV, senza telefono, senza musica. Solo voi due, con una tisana (se come noi non amate l'alcol) o con un bicchiere di vino. Ditevi tre cose che fate fatica ad accettare dell'altro. Poi tre cose che amate davvero, quelle vere e meno ovvie. Senza vergogna, perché è l'unico modo per aprirsi sul serio.

Dopo, lavorate su quello che non vi piace, con piccoli obiettivi alla volta. E se il dialogo non parte, se c'è un muro, chiedete aiuto a uno psicologo. Ci vuole coraggio, e non ha niente di una sconfitta.

Per noi la coppia viene prima del figlio, e questo non lo rende meno importante. La coppia sono le radici dell'albero che state costruendo: solo radici forti fanno crescere un albero sano, e vostro figlio ne sarà il ramo più bello.

Se ti va, fai leggere queste righe alla persona con cui stai e fate l'esercizio insieme. Poi raccontaci nel gruppo dei Sognatori cosa è venuto fuori.

I libri di cui parliamo

  • 101 riflessioni che cambiano il tuo modo di pensare, Brianna Wiest
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