I Sognatori
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Il limite non erano i figli: come siamo diventati genitori (e perché abbiamo continuato a viaggiare)

Avevamo paura che un figlio ci avrebbe fatto smettere di essere noi. Poi una cena a casa di una famiglia balinese, un papà su una scogliera di Nusa Penida e un sentiero sotto la pioggia a Madeira ci hanno cambiato lo sguardo.

Capitolo 1 di 9Jacopo e Rossella7 minuti di lettura

La prima volta che Rossella ha capito di voler diventare mamma era su una spiaggia dall'altra parte del mondo. La prima volta che Jacopo ha pensato di poter essere un papà ha visto un uomo scendere una scogliera quasi impossibile con un neonato in braccio, e invece di pensare "è pazzo" ha pensato "voglio essere come lui".

Non siamo psicologi né pediatri, e non abbiamo mai scritto manuali sulla genitorialità. Abbiamo fatto scelte che molti intorno a noi consideravano sbagliate: i trekking con il pancione, un mese in Asia con un figlio di cinque mesi. Ogni volta qualcuno ci chiedeva "ma siete sicuri?". Lo eravamo, e quella sicurezza non ce l'ha data nessuno da fuori.

Questa è la storia di come ci siamo arrivati. Passa da tre posti: l'Indonesia, Madeira e il divano di casa nostra.

Prima di Samuel: la paura di sparire

Abbiamo creato I Sognatori nel 2021. Eravamo due persone che in viaggio si sentivano vive e libere, e volevamo tenere accesa quella sensazione anche una volta tornati a casa. Con il tempo la community è cresciuta e ci siamo sentiti responsabili di qualcosa di più grande: far conoscere culture, abitudini e luoghi anche a chi non aveva la possibilità di raggiungerli.

Crescendo come coppia è arrivata la domanda che non potevamo più rimandare: vogliamo diventare genitori?

Diciamoci la verità, ci faceva paura. Guardavamo amici e conoscenti e vedevamo che, appena arrivava un figlio, sparivano. Non dormivano più, non uscivano più, non avevano più tempo per le loro passioni. Più che il bambino, ci spaventava l'idea di smettere di essere noi: una coppia felice, innamorata dei viaggi, del lavoro creativo e della libertà. Un figlio ci sembrava incompatibile con tutto questo.

Poi i viaggi ci hanno cambiato lo sguardo. In Sud America e nel Sud-Est asiatico vedevamo quello che in Italia vedevamo sempre meno: famiglie con uno, due, anche tre bambini piccoli che viaggiavano e ridevano. Sembravano libere. La svolta vera, però, è arrivata in Indonesia.

Bali: a cena da Wayan

Wayan era il nostro autista e la nostra guida, un uomo con un sorriso che ti entra dentro. Ci ha fatto innamorare delle sue isole e della sua cultura, e una sera ci ha invitati a casa sua. Lì abbiamo conosciuto sua moglie Kadek e i loro figli, Sintia e Putu.

La casa era umile. Un cortile condiviso con amici e parenti, stanze piccole ed essenziali, una cucina all'aperto che profumava di riso e spezie, e il tempio di famiglia, perché lì ogni famiglia ha il suo. Appena arrivati i bambini ci hanno mostrato i loro giochi, semplici e bellissimi. Quello che ci ha colpito di più era un aquilone: in Italia non ne vedevamo uno da anni. Sintia ha passato tutta la sera a farlo volare contro il tramonto, felicissima. Per loro averci lì era un evento. Abbiamo mangiato per terra, con le mani, come vuole la tradizione: pollo, riso, prodotti locali.

Racconta Rossella. Seduta lì per terra, con quella famiglia intorno, mi sono chiesta come facessero a rendere così felici i loro figli con così poco. Poi ho capito che forse la domanda giusta era un'altra: cosa significa davvero rendere felice un figlio? Quella sera ci siamo risposti che la felicità nasce da ciò che sei, dalla coppia che costruisci e dall'amore che scegli ogni giorno. Le cose che possiedi c'entrano poco.

Nusa Penida: il papà sulla scogliera

Il giorno dopo eravamo a Nusa Penida, a Kelingking Beach, quella che tutti chiamano la spiaggia del T-Rex. Di solito i turisti si fermano in cima, fanno la foto e se ne vanno. Noi, da veri sognatori, dovevamo scendere. Da sopra non sembrava così ripida. Invece è stata una delle discese più pericolose che abbiamo mai fatto, con le infradito ai piedi e nessuna preparazione. I video sono ancora sul nostro profilo e fanno impressione anche a noi.

Racconta Jacopo. Quaranta minuti con il cuore in gola. Appena ho messo piede su quella sabbia bianchissima, la prima cosa che ho visto è stato un bambino di poche settimane, tra le braccia forti del suo papà. Mi sono bloccato: come aveva fatto ad arrivare fin lì? È in quel momento che ho pensato "voglio essere come lui". Quel papà sapeva esattamente cosa stava facendo, e si vedeva. Certe cose le puoi fare con quella tranquillità solo quando sei davvero consapevole. Quella consapevolezza è diventata la nostra bussola.

Madeira: il limite era nella nostra testa

Due anni dopo eravamo a Madeira e, quasi senza accorgercene, tutto era cambiato: aspettavamo Samuel. Un giorno siamo andati a fare il sentiero della Levada do Caldeirão Verde. Pioveva e tirava vento, la classica situazione in cui tutti ti direbbero "sei incinta, stai a casa, è pericoloso". Noi ci siamo andati lo stesso.

Mentre camminavamo in quella natura potentissima, in testa giravano mille pensieri. "Con un figlio questo non sarà più possibile." "Come faremo?" E c'erano paure che nemmeno erano nostre: quelle dei nostri genitori, che ti porti dietro senza rendertene conto.

Proprio allora, davanti a noi sul sentiero, è comparsa una famiglia con due bambini, uno di circa tre anni e l'altro di forse un anno. Sotto la pioggia, con quel vento, dopo ore di cammino. Bagnati, infangati, e ridevano. Giocavano come se fosse la cosa più normale del mondo.

Lì qualcosa si è spostato per sempre. Abbiamo capito che il limite stava nella nostra testa.

Da quel giorno abbiamo iniziato a leggere, a informarci, a smontare paure ereditate. Per noi essere genitori consapevoli vuol dire farsi domande scomode, e la perfezione c'entra poco. Vuol dire parlare di libertà, di educazione emotiva e di strade che in Italia sono ancora guardate con sospetto, come l'autosvezzamento, l'elimination communication, il contatto e la fiducia nel bambino.

Samuel, e il primo grande viaggio

Quando è nato Samuel tutto questo ha preso forma. Abbiamo iniziato a raccontare la nostra quotidianità sui social, senza filtri e senza la pretesa di insegnare qualcosa a qualcuno. Volevamo solo mostrare com'è crescere un figlio fuori dagli schemi, con serenità.

Quando Samuel aveva cinque mesi siamo partiti per un mese tra Thailandia e Vietnam. Per molti era pura follia. Le critiche sono arrivate subito, e le più dure non sono arrivate dai social, che ce le aspettavamo, ma da chi ci ama di più: i nostri genitori. "Ma come vi viene in mente?" "Non capite cosa significa essere genitori." "E le zanzare?" Sì, mamma, lo sappiamo.

Col tempo la loro visione è cambiata, e non perché abbiamo discusso. Abbiamo mostrato: con i video, con la calma, con la normalità di chi sa cosa sta facendo. Puoi andare ovunque nel mondo, ma se tu per primo non sei in pace con la scelta che hai fatto, quella pace non la trasmetti a nessuno. Tanto meno a tuo figlio.

Samuel ci ha insegnato cosa conta davvero, cosa vuol dire prendersi cura di qualcuno ed essere una squadra ogni giorno, anche quando non è facile. In viaggio con lui tutto è diventato più vivo. È un compagno attivo e presente, sa stare nel flusso delle giornate. Dopo Thailandia e Vietnam è arrivata la Cina, e ogni viaggio ci ha confermato la stessa cosa: a limitarti è la paura, molto più del bambino.

Perché scriviamo queste pagine

Dopo il viaggio in Thailandia, in una settimana più di duecento persone ci hanno scritto. "Grazie per quello che fate, mi avete aperto gli occhi." "Io e mio marito abbiamo finalmente prenotato quel viaggio che rimandavamo da tre anni." Un nonno ci ha scritto che guardandoci aveva capito di essersi limitato, di non aver vissuto la vita che avrebbe voluto.

Ci siamo resi conto che stavamo diventando la voce che noi stessi avremmo voluto sentire, quando tutti ci dicevano di fare il contrario di quello che sentivamo giusto. I social ci hanno dato moltissimo, a partire da una community che ci vuole bene come una famiglia. Hanno però un limite: uniscono, ma lasciano poco spazio per fermarsi, ascoltare e dire le cose che in un video di un minuto non ci stanno.

Racconta Rossella. Una sera eravamo sul divano. Samuel dormiva e la casa era silenziosa. Jacopo mi ha guardata e mi ha detto: "Dobbiamo farlo sul serio. Qualcosa di più di un video." Gli ho chiesto come l'avremmo chiamato. Silenzio. Poi il nome è arrivato da solo: Sognatori in Crescita. Siamo noi, e sono anche tutti quelli che ci seguono.

Abbiamo aperto il computer alle undici di sera. Samuel ha dormito fino alle sei e noi abbiamo scritto tutta la notte. Quando abbiamo finito ci siamo guardati, e nessuno dei due ha detto niente.

All'inizio doveva diventare un podcast. Il tempo per registrarlo non l'abbiamo mai trovato, e quelle pagine sono diventate gli articoli che trovi qui. Non hanno risposte definitive. Raccontano esperienze vere, per far sentire meno soli i genitori, chi sta per diventarlo e anche chi ci sta solo pensando. Parliamo della coppia, della gravidanza, del parto, del primo anno con Samuel, di paure, errori, strumenti pratici e viaggi. Li abbiamo scritti in due, perché la genitorialità si fa in due.

Qual è la tua paura più grande sulla genitorialità? Raccontacela nel gruppo dei Sognatori: leggiamo tutto.