Il mondo non si chiude: i nostri primi viaggi con Samuel (e cosa abbiamo imparato)
La paura di partire, i giudizi, la valigia del primo volo intercontinentale, undici ore fino a Bangkok, due giorni malati in Thailandia, una lanterna a Hoi An, un piede fratturato a Tenerife e la Cina a tredici mesi. Con i consigli pratici che avremmo voluto sapere prima.
Tenerife, alle Canarie. Una finca con vista sull'oceano. Rossella passeggia nel cortile con Samuel in braccio, che ha nove mesi ed è curiosissimo. Il pavimento è di ciottoli irregolari, ma lei cammina piano, tranquilla. Poi un passo storto, e il piede si gira.
In una frazione di secondo Rossella capisce che sta per cadere con Samuel in braccio, e il suo corpo fa una scelta istintiva: protegge lui. Si gira e cade di lato, il gomito a terra, il fianco, il piede che si piega. Samuel è salvo. Il dolore è fortissimo, il piede si gonfia subito e non riesce a muoverlo.
Jacopo la guarda e pensa: e adesso? Siamo al secondo giorno di viaggio, e Rossella non riesce a camminare.
Come è finita lo raccontiamo più avanti. Quella caduta ha messo alla prova tutto: la squadra, la nostra filosofia, la scelta di continuare a viaggiare. Ma prima bisogna tornare all'inizio.
La paura di diventare come tutti
Dove viviamo noi, molte persone, quando hanno un figlio, smettono di viaggiare. Smettono di uscire, di vivere come prima. Non tutti, ma tanti. Anche andare al mare a venti minuti di macchina sembra diventare un'impresa. "È troppo complicato." "C'è troppo da preparare." "Il bambino si stanca." "Non è il momento."
Racconta Jacopo. Lo vedevamo spesso intorno a noi. Amici che prima viaggiavano, curiosi, avventurosi, e che dopo il primo figlio dicevano: "Adesso non si può più. Adesso è diverso. Adesso ci sono altre priorità." Non li giudichiamo, ognuno fa le sue scelte. Ma noi avevamo paura di diventare così, e che avere un figlio volesse dire rinunciare a essere noi stessi. La domanda era sempre la stessa: deve per forza andare così?
Poi, viaggiando, abbiamo visto famiglie diverse. Con bambini, zaini in spalla, sorridenti. Non erano tante, ma c'erano. Una l'abbiamo incontrata a Madeira, sul sentiero del Caldeirão Verde, sotto la pioggia e nel fango, mentre Rossella era incinta (la storia è nel primo articolo di questa serie). Rossella si è girata verso Jacopo: "Hai visto? Se ce la fanno loro, possiamo farcela anche noi."
All'inizio pensavamo che quelle famiglie fossero eroi, persone speciali. Poi abbiamo capito che erano persone che avevano scelto di non fermarsi. Ed è diventata anche la nostra scelta.
Fino al giorno prima non volevamo partire
Le paure c'erano, eccome. Il primo viaggio con Samuel è stato in Sicilia, alla sagra del pistacchio di Bronte, quando aveva due mesi e mezzo. Il suo battesimo del volo, con i nostri amici Antonio e Vale. (Di quella notte parliamo nell'articolo sul sonno.)
Fino al giorno prima non volevamo partire. "E se piange tutto il tempo in aereo?" "E se dà fastidio agli altri?" "E se succede qualcosa?"
Racconta Jacopo. A spingerci è stata la paura opposta: quella di non partire, di non rischiare, di restare fermi. E una domanda: un giorno cosa racconteremo a nostro figlio? "Non ci siamo andati per colpa tua, perché eri piccolo"? Come si sentirebbe? E come ci sentiremmo noi?
Mia madre mi ha detto spesso che, tra figli, società, marito e lavoro, tante cose non ha potuto farle. Non è una colpa, è una realtà dura. I nostri genitori vengono da un mondo diverso, fatto di sacrifici, di fame, di grandi cambiamenti, e forse la protezione che sentono verso di noi nasce proprio da lì: non vogliono che succeda anche a noi. Ma noi non siamo i nostri genitori, come i nostri figli non sono noi. Dobbiamo fare, vivere e anche sbagliare, perché è sbagliando che capiamo cosa ha senso. E a loro possiamo almeno lasciare un bel ricordo di noi, per quando saremo vecchi.
I giudizi
Poi c'erano gli altri, con le loro opinioni. Spesso il sostegno è arrivato da persone da cui non te lo aspetti, mentre amici e parenti ci davano dei folli e degli egoisti.
Racconta Rossella. La frase più brutta che ci siamo sentiti dire è stata: "Siete egoisti, volete solo fare i belli e farvi vedere. Portate il bambino così lontano per un vostro capriccio. Tanto non si ricorderà niente, e lo sottoponete a uno stress inutile."
Sentirla fa male. Ma riflettendoci ci ha mostrato chi l'aveva detta per quello che era. Gianluca Gotto racconta spesso un insegnamento buddhista: se qualcuno ti offre un'offesa e tu non la accetti, resta a chi l'ha fatta. Perché offendermi per una cosa brutta che una persona forse pensa prima di tutto di sé?
Racconta Jacopo. Non abbiamo mai risposto direttamente. Primo, non valeva il nostro tempo e la nostra energia. Secondo, spesso eravamo noi a sentirci in imbarazzo per loro. Dentro di noi però la risposta c'era: questo viaggio era l'occasione di stare più tempo insieme, lontani dal lavoro, di creare ricordi di famiglia, di conoscere una nuova cultura, posti e sapori nuovi. E di dimostrare a noi stessi che il mondo non si chiude quando arriva un figlio. Si apre.
La valigia per Thailandia e Vietnam
A cinque mesi ci siamo spinti molto più lontano: Thailandia e Vietnam. L'Asia è sempre stata una delle nostre mete preferite, e il Vietnam lo desideravamo da tempo. Volevamo capire come aveva reagito un paese dopo una guerra che aveva devastato tutto, e abbiamo trovato persone di cuore e gentilissime. (La nostra guida illustrata del Vietnam è qui sul sito, e le storie in evidenza su Instagram raccontano il viaggio giorno per giorno.)
Racconta Rossella. Avevamo tante paure: che Samuel non reggesse tutte quelle ore di aereo, che desse fastidio ai vicini, e lo svezzamento, che sarebbe cominciato proprio a ridosso del rientro. Le nostre famiglie ci davano dei pazzi. Ma ci siamo detti: siamo una squadra, se succede qualcosa avremo sempre un piano di riserva. E in ogni posto del mondo ci sono bambini, perché avremmo dovuto avere paura? Serve fiducia nel mondo. E in Asia sapevamo che ci saremmo sentiti a casa, con persone sorridenti e accoglienti, soprattutto con i bambini.
Racconta Jacopo. Prima di partire abbiamo fatto una cosa nuova per noi: una lista lunghissima. Di solito viaggiavamo con due zaini, essenziali, senza pensarci troppo. Questa volta c'era Samuel, così abbiamo comprato una valigia media e l'abbiamo riempita:
- farmaci per la febbre e il dolore, decisi prima con il pediatra insieme alle dosi;
- un termometro frontale, che si usa senza svegliarlo;
- cerotti, disinfettante, garze e un kit di pronto soccorso completo;
- soluzione fisiologica per il naso, perché in aereo i bambini si raffreddano facilmente;
- crema solare per neonati, protezione 50;
- repellente per zanzare adatto ai bambini;
- tanti pannolini, perché non sapevamo se avremmo trovato la sua marca, e almeno tre pacchi di salviette;
- il ciuccio, e uno di riserva;
- tre cambi completi per ogni giorno, perché si sarebbe sporcato;
- il marsupio, fondamentale per portarlo ovunque, e la fascia per quando voleva stare più vicino.
Racconta Rossella. Samuel aveva cinque mesi ed era allattato solo al seno. Sapevamo che verso i sei mesi avremmo iniziato lo svezzamento, e saremmo tornati quando ne aveva sei e mezzo. Alla fine abbiamo deciso di giocarcela lì: se avesse mostrato interesse per il cibo avremmo iniziato, altrimenti avremmo aspettato. Niente stress. E infatti a Bangkok, al Siam Market, è arrivato il mango. (Lo raccontiamo nell'articolo sullo svezzamento.)
Una regola nuova: scoprire solo quello che ci sentiamo
Racconta Jacopo. La cosa più importante che abbiamo preparato non era in valigia, era nella nostra testa. Una sera, prima di partire, ci siamo seduti e ci siamo detti: questa volta è diverso, dobbiamo cambiare modo di viaggiare. Abbiamo scelto una regola semplice: scopriremo quello che ci sentiamo di scoprire, senza sforzarci.
Prima, quando eravamo solo noi due, avevamo un'ossessione: "Questa cosa non me la perdo per nessun motivo." "Dobbiamo vedere tutto." Correvamo dall'alba al tramonto, sveglia alle cinque e a letto a mezzanotte. Stanchezza, stress, e tanta adrenalina.
Stavolta la priorità era stare bene tutti. Se Samuel aveva dormito bene partivamo all'alba, altrimenti dormivamo. Se aveva fame ci fermavamo, anche nel mezzo di un'escursione. Se piangeva tornavamo indietro, anche a pochi metri dalla meta.
E il viaggio è diventato più vivo e più vero di prima. Abbiamo visto meno cose e le abbiamo vissute di più.
Racconta Rossella. Prima correvamo, adesso camminavamo. Prima vedevamo, adesso osservavamo. È la lezione più grande che ci ha dato Samuel: serve vivere bene quello che vedi, molto più che vedere tutto.
Racconta Jacopo. Per compensare il nuovo ritmo abbiamo aggiunto cinque giorni. Prima in dieci giorni avremmo visto Vietnam e Thailandia di corsa, a volte con molto stress. Stavolta ne abbiamo presi quindici. È uno dei primi consigli che diamo a chi viaggia con bambini piccoli: prendetevi più tempo. Se pensate di visitare tre città, visitatene due. Se pensate di fare cinque escursioni, fatene tre. Lasciate spazio all'imprevisto, al riposo, al tempo lento. Il viaggio non è una gara, e con un bambino piccolo l'esperienza è già abbastanza intensa così.
L'assicurazione
Racconta Rossella. Una buona assicurazione non manca mai, in nessun viaggio. Per il primo viaggio con un bambino così piccolo abbiamo voluto fare le cose per bene e l'abbiamo fatta in un'agenzia vicino casa, non online e non low cost. Ci è costata circa duecento euro in più di quelle che si trovano su internet, ma mi faceva stare tranquilla sapere che, in caso di problemi, avrei potuto chiamare qualcuno che conoscevo, in italiano. Con un bambino di cinque mesi dall'altra parte del mondo vale molto più di duecento euro.
Racconta Jacopo. Deve coprire spese mediche e ospedaliere, il rimpatrio sanitario se dovesse succedere qualcosa di grave, e un'assistenza ventiquattro ore su ventiquattro in italiano. E deve coprire anche il bambino: non datelo per scontato. Leggete bene, controllate, chiamate. Meglio cinque minuti in più prima che un problema dopo.
Undici ore fino a Bangkok
Il primo volo intercontinentale con Samuel: Roma, Bangkok, undici ore. Come raccontiamo spesso nei nostri video, nei primi anni consigliamo i voli notturni, perché il bambino dorme per gran parte del tempo.
Racconta Rossella. Abbiamo scelto un volo che partiva alle nove di sera. Samuel di solito si addormentava alle otto e mezza, quindi perfetto. Siamo arrivati in aeroporto con calma, due ore prima, abbiamo fatto il check-in, lasciato il passeggino al gate e siamo saliti. Lì è arrivata la prima paura: e se piange? E se disturba? E se non si addormenta? Appena seduti ho fatto una cosa semplicissima: l'ho attaccato al seno.
L'allattamento, e lo stesso vale per il biberon, aiuta moltissimo. Il bambino si sente coccolato e al sicuro, e succhiare aiuta a compensare la pressione nelle orecchie durante il decollo e l'atterraggio. Samuel ha succhiato per tutto il decollo e poi si è addormentato. Ha dormito sette ore. Io e Jacopo ci siamo guardati: "Davvero è stato così facile?"
Racconta Jacopo. Dopo sette ore, ovviamente, si è svegliato e voleva muoversi ed esplorare. Un bambino di cinque mesi non sta fermo in braccio per undici ore. L'ho messo nel marsupio e abbiamo girato per l'aereo, su e giù per il corridoio, fermandoci ai finestrini, sorridendo alle hostess.
E qui voglio sfatare un mito: tutti pensano che in aereo con un bambino sarai odiato e guardato male. Forse qualcuno lo farà, ma molte più persone proveranno ad aiutarti. Qualche fila dietro di noi c'era una signora che faceva facce buffe ogni volta che Samuel la guardava: lui rideva, lei rideva, e passavano dieci minuti. Un signore gli ha dato il suo peluche, un piccolo elefante, e Samuel l'ha tenuto per tutto il volo. Le hostess si fermavano a salutarlo ogni volta che passavano.
Racconta Rossella. Mi ha fatto capire che spesso abbiamo un po' di timore ad avvicinarci ai genitori con bambini, perché non sappiamo cosa dire o pensiamo che vogliano essere lasciati in pace. Per noi è il contrario. Ci piace molto quando qualcuno vuole giocare con Samuel, gli sorride, gli parla. Ci fa sentire meno soli e meno sotto pressione, e lo distrae, così il tempo passa più in fretta.
Racconta Jacopo. I nostri nonni sono cresciuti nelle comunità, i social senza internet: i quartieri, i vicini, la piazza. Tutti conoscevano tutti e tutti si aiutavano, e i bambini giocavano con tutti. Forse si facevano tanti figli anche perché non si crescevano da soli. I tempi sono cambiati, ma un aiuto al momento giusto fa sempre bene. Se siete in aereo con un bambino e qualcuno vi sorride, sorridete anche voi e lasciatelo giocare con vostro figlio. La comunità esiste ancora, anche a diecimila metri.
C'è anche l'altra faccia: spesso la paura più grande, viaggiando con un bambino, è il giudizio degli altri. Disturberò? Mi giudicheranno? Servirebbe un po' di buon senso da parte di tutti. Se un bambino piange in aereo, i genitori non sono incapaci. È un bambino: ha male alle orecchie, sonno, fame, è stanco, e i genitori stanno facendo del loro meglio. Se siete seduti vicino a una famiglia con un bimbo piccolo, siate gentili. Niente sbuffi, niente occhiatacce. Magari chiedete se serve una mano, e se piange mettete le cuffie. Anche voi siete stati bambini. E se siete i genitori, non abbiate paura: avete il diritto di viaggiare come tutti.
Malati in Thailandia
Durante quel viaggio è successa una cosa che non ci aspettavamo: ci siamo ammalati, tutti e due. Non sappiamo cosa fosse, forse qualcosa che avevamo mangiato, forse un virus. Febbre, mal di pancia, debolezza. Non stavamo in piedi. E Samuel stava benissimo: voleva giocare, mangiare, essere cambiato, voleva attenzioni.
Racconta Rossella. Lì ho avuto paura, non per noi ma per lui. E se gli succede qualcosa mentre siamo così? E se cade? E se si ammala anche lui? Quella notte in Thailandia è stata una delle più difficili della mia vita. Più della malattia mi spaventava non essere lucida, non riuscire a capire cosa potesse succedere, non sentirmi in grado di proteggere mio figlio.
Racconta Jacopo. Siamo rimasti chiusi in camera due giorni. Samuel giocava sul letto e noi riposavamo a turno: Rossella dormiva e io giocavo con lui, io dormivo e lei lo allattava. In quei due giorni abbiamo capito che da soli non ce l'avremmo fatta, e in due sì. Se uno crollava l'altro reggeva, e quando uno non ce la faceva l'altro prendeva il testimone. Dopo due giorni ci siamo ripresi e il viaggio è continuato. Ma quell'esperienza ci ha cambiati: viaggiare con un bambino vuol dire anche essere pronti all'imprevisto, e conta più la squadra del piano.
Una lanterna a Hoi An
Dopo quei due giorni difficili è arrivato un momento magico.
Racconta Rossella. Siamo andati a Hoi An, in Vietnam, la città antica piena di lanterne colorate. La sera, lungo il fiume, c'è una tradizione bellissima: compri una piccola lanterna di carta, la accendi, esprimi un desiderio e la lasci andare sull'acqua. Quel giorno Samuel compiva sei mesi esatti. Ci siamo seduti sulla riva con lui in braccio, abbiamo acceso la lanterna ed espresso un desiderio. Non vi dico quale, perché i desideri non si dicono, ma era per lui e per il suo futuro. Quando l'abbiamo vista allontanarsi piano tra centinaia di altre lanterne, ho pianto. In quel momento tutto aveva senso: le paure, le difficoltà, i giudizi. Eravamo lì, noi tre, a vivere qualcosa che non avremmo mai dimenticato.
Racconta Jacopo. In Thailandia è stato bellissimo anche noleggiare un'auto e sentirci liberi di esplorare le zone più remote, immersi nella natura. Fermarci quando volevamo, ripartire quando volevamo, senza orari e senza fretta, con Samuel che dormiva nel seggiolino e Rossella che guardava il paesaggio.
"Baby, cold!"
Ci ha colpiti tantissimo anche il popolo vietnamita. Chi viaggia in Asia con bambini lo sa. Ogni volta che vedevano Samuel si fermavano, gli sorridevano, volevano toccarlo e prenderlo in braccio. Le signore anziane lo guardavano con tenerezza, i bambini volevano giocare con lui, e tutti volevano aiutarci.
Racconta Rossella. La loro cultura sulla crescita dei figli è molto diversa dalla nostra, e in certe cose mi ricordavano mia suocera. Faceva caldissimo, ma per loro era fresco, e volevano a tutti i costi che Samuel mettesse i calzini. "Baby! Baby! Cold! Cold!" E io: "Ma ci sono trentacinque gradi!" "No, no, cold!" Così gli mettevano i calzini, e io glieli toglievo dopo due minuti.
Racconta Jacopo. Quella premura ci ha fatti sentire accolti e al sicuro, come a casa. Ci ha ricordato che il mondo è pieno di persone buone che amano i bambini, e che viaggiare con un figlio ti connette alle persone, invece di isolarti.
Tenerife: la frattura
Poi è arrivata Tenerife. Samuel aveva nove mesi, doveva essere un viaggio tranquillo, mare e sole. È diventato il nostro viaggio più difficile.
Racconta Jacopo. Dopo la caduta nel cortile della finca siamo andati in ospedale. Pensavamo a una distorsione, brutta ma una distorsione. Poi la diagnosi: fractura del quinto metatarso. Rossella guardava me, io guardavo lei, e Samuel giocava ignaro. Torniamo a casa? Aspettiamo? Dovrà operarsi? Non sapevamo niente.
Racconta Rossella. Il medico ci ha detto che non era necessario operare subito, ma che avrei dovuto portare un tutore e non appoggiare il piede per almeno sei settimane. Eravamo al secondo giorno, ne mancavano cinque. Avevamo due strade: tornare a casa e chiudere il viaggio, oppure restare e trovare un modo.
Racconta Jacopo. Ci siamo guardati: "Siamo venuti fin qui, non torniamo indietro." Ci siamo calmati, abbiamo ragionato e trovato una soluzione. Un tutore rigido per stabilizzare il piede e una sedia a rotelle a noleggio. Non era la stessa cosa: Rossella non poteva camminare, fare escursioni, godersi il mare. Ma poteva esserci, con noi, e questo era l'importante. A volte la portavo sulle spalle, con Samuel nel marsupio davanti e lo zaino. Se ci ripenso adesso mi sembra surreale, ma in quel momento era l'unica soluzione e l'abbiamo fatto.
Racconta Rossella. È stato triste vedere tutti camminare, correre sulla spiaggia, fare trekking, mentre io ero su una sedia a rotelle. Ma anche quel viaggio è andato bene, grazie al fatto che siamo una squadra e non ci siamo arresi. Quando siamo tornati e ho rifatto gli esami, il medico mi ha detto: "Ha fatto bene a non operarsi subito, si è calcificato benissimo. Tra un mese torna come prima." E così è stato.
Non tutto va secondo i piani. Ci saranno imprevisti e momenti duri. Ma se siete una squadra e vi sostenete, ce la fate.
La Cina, a tredici mesi
Poi è arrivata la Cina. Samuel aveva tredici mesi, era più grande, più autonomo e più curioso. È stato un viaggio magico, in un paese molto a misura di bambino. (Anche questo viaggio è raccontato nella nostra guida illustrata.)
Racconta Rossella. Viaggiare con un bambino è stancante, ma molto appagante. Samuel adora conoscere persone nuove, è socievolissimo. Sui mezzi è tranquillo, anche perché lo allatto ancora, e il seno lo calma e lo aiuta ad addormentarsi. In auto è più complicato, perché è chiuso nel seggiolino e distrarlo è difficile. Con canzoncine, giochini e qualche poppata durante le soste, però, il tempo passa.
Racconta Jacopo. Anche il fuso orario è andato benissimo, si è adattato in fretta. Il fuso asiatico per noi è comodo, sei o sette ore di differenza. I primi giorni ci svegliavamo più tardi, ma non era un problema, anzi: riposavamo di più.
Racconta Rossella. Rispetto a quando viaggiavamo in coppia è cambiato tutto. Prima le giornate erano piene: sveglia all'alba, colazione veloce, escursione, pranzo al volo, altra escursione, cena e crollo a letto. Adesso i viaggi sono più lenti e più morbidi, e ci piace così. Decidiamo al momento, anche in base a Samuel. "Oggi è riposato, facciamo quella camminata." "Oggi è stanco, restiamo in città." "Oggi ha voglia di giocare, andiamo al parco." Ci prendiamo più giorni per ogni paese e viviamo meglio ogni momento.
Racconta Jacopo. Credo che Samuel sia così socievole anche grazie ai viaggi. Ha giocato con bambini vietnamiti, thailandesi, cinesi. Ha visto persone, culture e lingue diverse, e ha capito che il mondo è grande e le persone sono buone. È uno dei regali più grandi che possiamo fargli: oltre ai ricordi, l'apertura mentale, la curiosità, la fiducia nel mondo.
Cosa abbiamo imparato
Che fare figli ti apre a un mondo nuovo, fatto di sacrifici e di rischi, ma anche di emozioni. Quello che Jacopo chiama il mondo reale, quello che stiamo dimenticando.
Che i bambini si adattano meglio degli adulti. Samuel si è adattato a tutto: al fuso orario, ai voli, ai letti nuovi, ai cibi nuovi. Eravamo noi ad avere paura.
E che la paura si affronta con lucidità e consapevolezza: leggendo, confrontandoci, informandoci. E partendo comunque.
Due letture ci hanno accompagnati. Una donna deve avere un piano di Maye Musk, che racconta di quando da piccola i genitori portavano lei e i fratelli in viaggi avventurosi facendoli sentire piccoli esploratori, sempre con un piano. E Gianluca Gotto, che abbiamo seguito molto su Instagram e nel suo podcast mentre raccontava i suoi viaggi con la figlia piccola, senza pregiudizi.
I nostri consigli pratici
- Prendetevi più tempo. Aggiungete qualche giorno al viaggio, almeno cinque se potete, e lasciate spazio all'imprevisto.
- Scegliete voli notturni, soprattutto nei primi anni: il bambino dorme per gran parte del viaggio.
- Seno o biberon al decollo e all'atterraggio. Lo calmano e aiutano con il male alle orecchie.
- Non risparmiate sull'assicurazione. Spese mediche, rimpatrio, assistenza 24 ore su 24, e verificate che copra anche il bambino.
- Portate il marsupio. Per muovervi, per calmarlo, per farlo dormire.
- Cambiate le priorità. Non farete tutto quello che facevate prima, e va bene così. Conta stare bene tutti.
- Fidatevi del mondo. Ovunque ci sono bambini, e persone pronte ad aiutarvi.
E soprattutto siate una squadra. Uniti si affronta qualsiasi cosa.
Qual è la destinazione che sognate di visitare con i vostri figli? Raccontatecelo nel gruppo dei Sognatori. E se conoscete un genitore che ha paura di partire, fategli leggere queste righe.
Prima di un viaggio, soprattutto lontano, confrontati con il pediatra su vaccinazioni, farmaci da portare e dosi.
Le guide di questi viaggi
I libri di cui parliamo
- Una donna deve avere un piano, Maye Musk
- I libri e il podcast di Gianluca Gotto